30 gennaio 2011

Atto di fede

Nella mia religione, di cui sono l'unico adepto, si venera Corrado Guzzanti.

29 gennaio 2011

Il canone


Malgrado l'immagine volutamente fuorviante, quello di cui voglio parlare è l'imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni. E' sport nazionale l'invito a non pagarlo. L'Italia è un paese di santi, navigatori, ct della nazione e gente che invita il prossimo a non pagare il canone. 
E poi m'immagino centinaia di gruppi su Facebook, decine di petizioni, campagne varie eccetera eccetera.
Invito tutti a rileggervi la definizione in corsivo all'inizio del post perchè il punto è tutto lì. Il canone RAI non è un contributo volontario per la realizzazione di programmi televisivi. E' una tassa sulla detenzione degli apparecchi radiotelevisivi (in pratica della televisione). Invitare a non pagare il canone equivale ad invitare ad evadere le tasse. Non ha senso evadere il canone come risposta alla scarsa qualità delle trasmissioni televisive. Sarebbe come non voler pagare le tasse sul carburante se c'è traffico o non voler pagar l'ICI perchè non soddisfatti della quartiere o della città in cui si abita. In più in un paese come l'Italia mi sembra come minimo incosciente fare dichiarazioni del genere.
In conclusione il canone va pagato. Quello che uno può fare è una battaglia per l'abolizione di questa tassa. Su questo uno può discutere. Ma trovo irresponsabile che, soprattutto i politici, invitino a non pagarlo.

25 gennaio 2011

La famosa invasione degli orsi a New York - Parte seconda

Segue da qui.

All'incrocio con la Ventottesima torna a far capolino l'Empire State Building. Fu Gabriela a farsi avanti quel giorno nella libreria e dopo pochi minuti mi aveva già raccontato la storia della sua vita. Nata e cresciuta a Veracruz in Messico. Laureata in Medicina Veterinaria all'Universidad Nacional Autonoma de Mexico a Città del Messico. Lavorò quattro anni come ricercatrice alla stessa università. Conobbe un newyorkese in vacanza in Messico e nel giro di due mesi convolarono a giuste nozze. Dopo altri sei mesi divorziarono a causa dei tradimenti di lui. In quel periodo tirava avanti facendo la dog-sitter e con gli alimenti dell'ex marito.
La Broadway entra prepotentemente nella Sesta tra la Trentaduesima e la Trentacinquesima dando vita prima a Greeley Square e poi a Herald Square. Siamo nel cuore di Manhattan. L'Empire State Building è distante solo un isolato ad Est sulla Quinta, la strada più costosa al mondo. Abbandonata la Sesta, Broadway si appresta ad incontrare la Settima formando Times Square. Per qualche isolato i negozi di moda e le banche soppiantano i fast food ed i mexican grill. Il resto del nostro tempo passato nella libreria lo spendemmo parlando degli orsi che ci tenevano intrappolati e dell'assurdità della situazione. Ma ogni tanto continuava ad intervallare la conversazione con dettagli della propria vita che in genere non si raccontano ad uno sconosciuto  e di cui non vedevo il legame con il resto del discorso. Della mia vita non chiese nulla ed io essendo riservato non presi l'iniziativa. Solo alla fine mi chiese che lavoro facessi. Ma non sembrò molto interessata ai miei studi sulla criogenia.
Passiamo l'incrocio con le Trentasettesima. Nova Fashion Jewel. High Design Jewelry. Stanley & Son Fine Jewelers. La Quarantaquattresima e l'Algonquin Hotel si avvicinano. Nelle settimane successive ci frequentammo assiduamente con Gabriela. L'amicizia ai tempi della famosa invasione degli orsi a New York. Non c'è stato niente di romantico tra noi e dubito ci sarà in futuro. L'idea di unire le nostre forze per risolvere il problema che stava attanagliando questa città, che ci ospitava ma che entrambi sentivamo abbastanza estranea, venne per caso e non saprei indicare nè il momento esatto nè chi di noi due l'ebbe. Più probabilmente fu un parto congiunto.
Bryant Park arriva subito dopo la Quarantesima. Oltre il parco s'intravede la facciata posteriore della New York Public Library. Il vetro del palazzo all'incrocio con la Quarantaduesima riflette un panorama di grattacieli. Subito accando c'è il Grace Building con la caratteristica facciata concava. Se fossi stato dall'altro lato del furgoncino avrei visto la base della Bank of America Tower, il secondo palazzo più alto di New York. La New York di vetro. Il progetto della bara non ha richiesto molto tempo. Si è trattato di ampliare qualcosa a cui avevo già lavorato. Gabriela è stata un apporto fondamentale per tarare il macchinario alle caratteristiche degli orsi. La città di New York, incredibilmente, o forse non troppo incredibilmente vista la situazione, ha finanziato la realizzazione del prototipo. Realizzazione che è stato il passo più dispendioso in termini di tempo. La nostra estrema fortuna è stata che le leggi di Murphy si sono prese un pausa e per quanto riguarda la parte tecnologica tutto ha sempre funzionato alla perfezione. Ancora oggi utilizziamo il prototipo, unico esemplare costruito. Il soprannome di "bara" è stata un'idea di Arthur, ovviamente. In effetti le sembianze sono quelle.
Svoltiamo a destra sulla Quarantaquattresima. La polizia, ammesso che sia stata chiamata non è ancora arrivata. Barricati dietro una macchina ci sono i dipendenti dell'hotel che smanacciano quando ci vedono arrivare. Arthur abbassa il finestrino. - E' ancora dentro? - chiede. - No stanno giocando a nascondino. - gli rispondo io. Arthur si gira verso di me e mi lancia un'occhiataccia. Il concierge dice che quando sono scappati l'orso era dentro la sala delle conferenze. Facciamo manovra in modo da avere il culo del furgoncino davanti all'ingresso dell'hotel. Scendiamo. Arthur apre il portellone posteriore ed io quello laterale. Prendo lo zaino per Gabriela, le protezioni in gommapiuma ed i caschi. Poi vado da Arthur e l'aiuto a far scendere la bara dal furgoncino. La bara ha le ruote e il furgoncino una rampa per farla scendere, qunidi la manovra non è troppo complicata. Indossiamo le protezioni, poi aiuto Gabriela ad indossare lo zaino. Infine ci mettiamo i caschi. Siamo pronti all'azione. Arthur spalanca le porte dell'hotel ed entra nella hall. Io lo seguo e Gabriela entra dietro di me. Analizziamo la situazione intorno a noi. Nessuna traccia dell'orso. Torniamo fuori e spingiamo la bara attraverso le porte dell'hotel. Prendo in mano il telecomando. Avanziamo, sempre in modo circospetto, verso la sala delle conferenze che si trova alla nostra destra. Le porte sono chiuse, ma si sentono rumori provenire dall'interno. Probabilmente i dipendenti hanno cercato di chiudere l'orso dentro. Ci riuniamo brevemente per decidere la tattica. Confabuliamo sottovoce come se ci fosse un nemico in ascolto, poi ci posizioniamo. Io prendo la maniglia della porta. Dietro di me Arthur che deve entrare per primo, localizzare l'orso e cercare di distrarlo. Poi è il turno di Gabriela che estrae dallo zaino il distributore ad alta pressione di gas tranquillante. Arthur conta fino a tre ed io apro la porta. I nostri meccanismi sono ormai oliati alla perfezione e in una manciata di secondi l'orso, che è di taglia piuttosto piccola, viene individuato e inondato di tranqullante. La mira di Gabriela è perfetta. L'orso a questo punto si muove lentamente e vacilla. Portiamo dentro la bara che viene sistemata al centro della sala. La apro immediatamente, premendo il pulsante verde sul telecomando. Un aroma di miele e salmone si espande per tutta la stanza. L'orso, stordito dal tranquillante, è convinto di essere in paradiso e si avvicina alla bara. A questo punto arriva il momento più delicato per me. Devo premere il pulsante rosso di chiusura quando l'orso è completamente all'interno ed è sufficientemente fermo, altrimenti rischio di ferirlo e di danneggiare la bara. Una volta premuto il pulsante, la bara si chiude istantaneamente e l'orso viene criogenizzato.
Compiuto il nostro lavoro, spingiamo la macchina criogeniaorsi fuori dall'hotel ed Arthur esultante si presenta davanti ai dipendenti dell'hotel gridando - Venimmo, vedemmo e in un sol colpo lo criogenizammo - e consegna il preventivo di spesa al concierge. A questo punto, dopo aver messo la bara sul furgoncino con grande fatica, abbiamo due ore di tempo per portare l'orso, scortati dalla polizia che nel frattempo è arrivata, al centro di gestione dell'emergenza orsi al Liberty State Park a Jersey City perchè possa essere scongelato senza conseguenze per la sua salute. Verrà preso in consegna dai Rangers e dai veterinari che gestiscono l'emergenza. Se non è un recidivo, verrà marchiato. Se lo è verrà registrato il marchio apposto dopo la prima cattura e poi effettueranno tutte le procedure burocratiche per decidere dove, come e quando liberarlo. Ma questo non rientra nei nostri compiti. Noi potremmo gustarci il meritato riposo. Almeno fino alla prossima chiamata.

24 gennaio 2011

La famosa invasione degli orsi a New York - Parte prima

La chiamata dall'Algonquin Hotel arriva di primissima mattina. E' già la seconda nell'ultimo mese che ci fanno. Saliamo sul furgoncino e come al solito Arthur si mette alla guida. Ancora non siamo riusciti a convincerlo di quanto sia ridicolo ad andare in giro vestito da Giubba Rossa. Almeno è veramente canadese. E' convinto che gli doni autorevolezza. Io come al solito mi siedo nel posto a destra, al finestrino. In mezzo a noi Gabriela, la nostra veterinaria messicana. Partiamo a sirene spiegate. Sirene che, fra l'altro, utilizziamo abusivamente. Probabilmente chiudono un occhio per il servizio che offriamo alla comunità. Servizio ben retribuito, ovviamente. Nessuno di noi è un benefattore.
Franklin Street è un imbuto. Troppo stretta perchè le macchine davanti a noi abbiano lo spazio per accostare e farci passare. Non abbiamo veramente fretta. Solo che a nessuno piace rimanere imbottigliato nel traffico. Finalmente imbocchiamo la Sesta sgommando, anche se Arthur rischia di investire una ragazzina che sta attraversando la strada. - Hai una guida molto italiana Arthur, lo sai? - gli dico. - Ma anche messicana. - aggiunge Gabriela. Col naso attaccato al finestino vedrò sfilare via mezza Manhattan. Non mi sembra di esagerare se dico che la parte che preferisco di questo lavoro sono i tragitti che ogni volta ci portano dalla nostra base alla nostra diversa destinazione.
Il Grand Hotel Tribeca si affaccia per primo al mio finestino. Poi, tra Lispenard e West Broadway, Pepolino il ristorante toscano di Patrizio che fa una Ribollita che quando la mangio mi sembra di essere tornato a Firenze. Poi passiamo un palazzo spoglio in costruzione, con delle reti a proteggere l'ultimo piano che nella mia testa sembrano il tetto di una pagoda e gli danno sembianze orientali. Il nostro primo intervento, ormai più di sei mesi fa, fu in un ristorante cinese a Brooklyn. Un disastro totale. Jim, il ragazzone del Nebraska che era con me e Gabriela all'inizio, si ruppe un braccio e ovviamente non ne volle sapere più di orsi. In seguito reclutammo Arthur e malgrado la sua fissa per le uniformi è ancora con noi.
Passato l'incrocio con la Houston, sorpassiamo una betoniera completamente bianca. Alla guida una bionda piuttosto attraente. Rimango sorpreso ed anche lei sembra avere la stessa espressione. Forse perchè è appena stata superata da un furgoncino completamente nero eccetto per lo stemma di un orso dentro un segnale di divieto e guidato da una Giubba Rossa. Passiamo col rosso al semaforo dell'incrocio con Minetta Lane grazie alla nostra sirena. Non si può dire che ami incredibilmente vivere a New York, ma Greenwich Village è una delle zone che preferisco. Nel frattempo l'Empire State Building fa capolino in lontananza tra i palazzi davanti a noi. L'idea della sirena fu di Arthur ovviamente. Gabriela ne fu da subito entusiasta. Io cercai insistentemente di dissuaderli. Mi sembrava un inutile pretesto per farci arrestare. Ma non è ancora successo. Evidentemente anche a New York se hai successo puoi permetterti questo tipo di stravaganze.
In genere non c'è molta conversazione tra di noi quando siamo in missione. Nè io nè Arthur siamo dei gran chiaccheroni e Gabriela dopo tutti questi mesi soffre ancora la tensione, almeno fino all'arrivo a destinazione. Io sono sempre stato uno piuttosto freddo di carattere. Mi focalizzo sulle insegne dei negozi che scorrono davanti ai miei occhi. Gray's Papaya. Qdoba Mexican Grill. Bagel Buffet. Lifethyme Natural Market. - Qdoba non mi sembra un nome messicano, o sbaglio? - chiedo a Gabriela. Mi guarda come se fossi un marziano verde con tanto di antenne appena sceso sulla terra. Vedo la Jefferson Market Library scorrere fuori dal finestrino di Arthur, poi i miei occhi tornano a guardare fuori dal mio, visto che da Gabriela non avrò risposta. Come sia iniziata, ormai più di un anno fa, questa famosa invasione degli orsi a New York, nessuno sembra saperlo. Ugualmente avvolta nel mistero è la loro provenienza. Da dove vengono tutti questi orsi? Probabilmente non dal New Jersey. E continuano ad arrivare a gettito continuo. Riceviamo almeno due o tre segnalazioni a settimana. Non ho idea di quante ne riceva la polizia. Ogni tanto c'è chi se ne ritrova uno nel giardino di casa e lo abbatte a fucilate. Poi si ritrova gli animalisti nel giardino di casa, ma per fortuna nessun animalista è stato abbattuto a fucilate per ora.
Passiamo davanti ad un Chipotle Mexican Grill. - Chipotle suona molto più messicano - dico ad alta voce, senza neanche voltarmi verso Gabriela. Siamo all'incrocio con la Quattordicesima, nel pieno del traffico di Manhattan. Arthur cerca di farsi strada zigzagando tra le quattro corsie in mezzo ad un fiume giallo di taxi. Non facciamo niente per passare inosservati. Anche all'inizio non passavamo inosservati. Quando ancora avevamo uno scassatissimo pick-up. Era un po' limitante perchè, avendo il cassone scoperto, potevamo muoverci solo quando eravamo sicuri che non piovesse. "La bara", come tutti gli apparecchi elettronici, è particolarmente sensibile all'umido. Ci abbandonò contro un albero sulla Centoventinovesima. Eravamo di ritorno da una chiamata all'Harlem Hospital Center. Non posso negare che Arthur ebbe la sua parte nello spiacevole incidente e non fu un'autonoma decisione del pick-up di andare ad abbracciare l'albero. Per fortuna nessuno di noi si fece male e soprattutto "la bara" non rimase danneggiata nè il suo ospite si accorse di niente.
All'incrocio con la Ventesima, davanti al Limelight, un mercato che un tempo era un club costruito all'interno di una chiesa sconsacrata, Arthur rischia di investire un sosia di Unabomber, o almeno un sosia del suo famoso identikit. Per fortuna al tempo dell'incidente avevamo già messo da parte abbastanza soldi da poterci permettere di comprare un mezzo alternativo. Nuovo addirittura. Lo stemma è una novità del mese scorso. Un'idea di Arthur, ovviamente.
Starbucks. McDonald's. Red Mango. Chickpea. Dopo l'incrocio con la Ventireesima Manhattan diventa sempre di più quello che ci si aspetta da Manhattan. Passiamo davanti ad un parcheggio pubblico con cinque file di auto incastrate come in un tetris. Mi sono sempre chiesto come fa il parcheggiatore se arriva il proprieterio di una macchina nell'ultima fila. Sposta le quattro macchine che ci sono davanti? Oppure quando arrivi ti prendi una delle macchine parcheggiate nella prima fila e non importa se non è la tua? Conobbi Gabriela un sabato mattina da Barnes & Noble, quello tra l'Ottantaduesima e Broadway. In quel periodo abitavo in quella zona. Non molto distante dalla Columbia University dove avevo una posizione di Post-Doc al dipartimento di Fisica e Matematica Applicata. Fu uno dei primi attacchi degli orsi. Due invasero per diverse ore e distrussero completamente il pianterreno della libreria. Io, lei e un'altra decina di persone rimanemmo bloccati al piano di sopra. All'inizio la polizia era totalmente incapace di affrontare il problema. Dopo aver abbattuto il primo arrivato a Central Park ci fu una rivolta dell'opinione pubblica. Gli uomini della polizia non avevano a disposizione nè i mezzi nè l'esperienza per catturare gli orsi. L'aiuto dei dipendenti degli zoo cittadini fu praticamente inutile. Per due settimane la città fu praticamente in mano agli orsi. Poi furono reclutate decine e decine di Rangers dai parchi nazionali di tutto il paese e la situazione tornò sotto controllo.

continua qui...

23 gennaio 2011

Informazioni

20 gennaio 2011

Berlusconi confessa ma nessuno se ne accorge

 

Berlusconi legge e avalla le dichiarazioni del funzionario della questura. Sono le seguenti:
“L’addetto alla sicurezza mi disse: dottore le passo il Presidente del Consiglio perché c’è un problema. Subito dopo il Presidente del Consiglio mi ha detto che vi era in questura una ragazza di origine nord africana che gli era stata segnalata come nipote di Mubarak e che un consigliere regionale, la signora Minetti, si sarebbe fatta carico di questa ragazza. La telefonata finì così”
 Berlusconi legge e avalla le dichiarazioni di Ruby. Sono le seguenti:
Quando ho conosciuto l’on. Berlusconi, gli ho illustrato la mia condizione personale e famigliare nei seguenti termini: gli ho detto di avere 24 anni, di essere di nazionalità egiziana (non marocchina), di essere originaria di una famiglia di alto livello sociale, in  particolare di essere figlia di una nota cantante egiziana. Gli ho detto anche di trovarmi in difficoltà per essere stata ripudiata dalla mia famiglia di origine dopo che mi ero convertita al cattolicesimo”.
In pratica lui stesso ammette di aver fatto pressioni sulla procura ed ammette che non è stata Ruby a  dirgli di essere nipote di Mubarak. In qualsiasi paese civile questo sarebbe sufficiente per pretendere le dimissioni di un politico. A maggior ragione del presidente del consiglio. In Italia ll presidente del consiglio si permette di appuntarsi questo comportamento al petto come meritevole. L'opinione pubblica tace al riguardo. I giornali latitano. Repubblica, concentrandosi su dettagli inutili, commenta il video nel seguente modo:
Sul caso Ruby arriva un nuovo video del premier che si scaglia contro i giudici modificando anche il testo orginale del messaggio che ha poi letto.
Nella trascrizione diffusa con il video e poi publicata sul sito dei Promotori della libertà si chiede un' ''adeguata reazione'' contro i pm di Milano per i loro presunti abusi nelle indagini. Nel video, Berlusconi cambia e dice ''adeguata punizione''.
"Vorrei presentarmi davanti ai giudici ma non lo farò perché la procura di Milano non è competente in materia". "Quello che è capitato a me - continua Berlusconi - potrebbe capitare a chiunque". 

19 gennaio 2011

Gongolo e le Arcorine

Nani e ballerine: mai occasione fu più adatta per utilizzare questa locuzione.


Ho deciso di fare le pulci al videomessaggio di Berlusconi sul Rubygate. Ecco alcune considerazioni:
  1. Intercettazioni: volendo essere obiettivi gli va dato atto che il dispiegamento di forze e di mezzi e l'intercettazione di decine di persone estranee alla vicenda (in quanto far parte di un puttanaio a casa del presidente del consiglio non è reato), relazionati al caso in questione sono proporzionati solo se si prendono in considerazioni motivazioni politiche.
  2. Violazione della privacy: non certo la sua, ma quella delle decine di persone intercettate e catapultate sui giornali per riuscire ad incastrare Berlusconi, persone estranee ai reati su cui verte l'indagine.
  3. Concussione: secondo me è il punto centrale della questione visto che in un paese civile un primo ministro non si deve permettere di intercedere presso la questura per favorire il rilascio di una persona accusata di furto facendo pressioni ("E' la nipote di Mubarak"); in un paese incivile come l'Italia dove gli ammanicamenti, le spinte ed i favori sono all'ordine del giorno in praticamente tutti i livelli della società, ancora di più la politica (ed in particolare il capo del governo) dovrebbero dare il buon esempio, condurre per mano il paese verso la civiltà, non assecondare le peggiori abitudini; in un paese civile l'opinione pubblica insorgerebbe e il primo ministro sarebbe costretto a dimettersi.
  4. Spintarelle: ipotizziamo per assurdo che ciò che leghi Berlusconi alle Arcorine sia solamente amicizia ed affetto come sostiene lui; "è difficile affermarsi per una persona giovane perciò quando posso cerco di aiutare chi ha bisogno"; poi è lui stesso a sottolineare che non si sta parlando di beneficenza, ma di giovani che vogliono entrare nel mondo dello spettacolo e fa passare come normale (anzi santo) aiutare le centinaia di sue affettuose amiche, mentre a me sembra che si tratti del classico caso di clientelismo italiano; mi chiedo con quale credibilità il capo del governo può rivendicare battaglie per la meritocrazia e contro il nepotismo nella riforma universitaria dopo tali affermazioni.
  5. Sesso a pagamento: "è assurdo pensare che abbia pagato per avere rapporti con una donna"; a me sembra assurdo che un vecchio, basso e pelato possa avere rapporti con una ragazza se non per soldi, anche solo indirettamente.
  6. Giovani: a lui piace stare con i giovani, ma a quanto pare solo giovani di sesso femminile, appariscenti, ambiziose, di dubbio livello culturale; a lui piace parlare con i giovani, ma vorrei sapere che argomenti in comune possa trovare con le suddette giovani; organizzare cene con aspiranti soubrette e ragazze immagine (per voler essere garantista) per il piacere di parlare con i giovani mi sembra altrettanto coerente che riunire un gruppo di estremisti islamici per andare alla sagra della porchetta.
  7. LeleMora: "eccellente lavoro a Mediaset" lavoro di cui vediamo un'immagine; secondo me basterebbe la frequentazione di un personaggio del genere per pretendere le dimissioni da presidente del consiglio.
  8. NicoleMinetti: "brava e preparata" preparazione di cui vediamo un'immagine; secondo me basterebbe chiederle le province della Lombardia per constatare la sua preparazione.
  9. Eleganza: e decoro; sono effettivamente le ultime parole del vocabolario italiano che mi verrebbero in mente per descrivere i partecipanti e le partecipanti alle suddette cene.
  10. Fidanzatina: ammettiamo per assurdo l'esistenza di questa fantomatica compagna; ammettiamo per assurdo l'assoluta eleganza e l'assoluto decoro delle cene; in ogni caso, quale sarebbe il senso di una cena con lui, la sua compagna, emiliofede più lelemora e decine e decine di ragazze immagine ed aspiranti soubrette (sempre per essere garantista)?

16 gennaio 2011

And you think you have to want more than you need

L'altro giorno stavo cercando una nuova etichetta per i post di questo blog è mi è venuta in mente questa canzone di Eddie Vedder (nel video con Johnny Depp come special guest per il pubblico femminile del blog)




La canzone fa parte della colonna sonora del film Into the Wild tratto dall'omonimo libro/inchiesta di Krakauer sulla vicenda di Christopher McCandless. Libro che ho letto ben prima di aver visto il film e che mette subito in chiaro le cose, ma per chi non avesse visto il film ed avesse intenzione di vederlo, fra poco nel post dirò come va a finire e quindi continuate a leggere a vostro rischio e pericolo.

Da parte mia ammiro il coraggio della scelta di vita di abbandonare ogni bene materiale e la società e la civilizzazione. D'altra parte non posso che restare perplesso dal mito creatosi intorno ad una persona che alla fine è morta di fame per incoscienza (al limite del Darwin Award). Non so se avesse sottovalutato i pericoli o sopravvalutato le capacità umane, ma certamente non era preparato per vivere into the wild nell'Alaska. Ma non voglio soffermarmi su questo. Il ritornello della canzone dice: Society, hope you're not lonely without me. Quello che trovo difficile da capire è come sia diventato un eroe in un'era materiale come questa, nell'era di Facebook e dei social network. Mi piacerebbe che si sviluppasse una discussione al riguardo nei commenti. La risposta scontata sarebbe che proprio per l'aridità della società moderna la gente ha bisogno di un modello di libertà. Questo spiegherebbe le decine di persone che si sono avventurate nello Stampede Trail sulle sue orme, ma non i tremila e passa risultati da Facebook se si cerca con google Christopher McCandless e più di ottomila se si cerca Alexander Supertramp (il suo alias). Non è come trovare dei ferventi cattolici che venerano Marco Pannella? O dei giudici comunisti che votano Berlusconi?
I pensieri sono molti e confusi. Come al solito.

    14 gennaio 2011

    11 gennaio 2011

    Il treno del film con gene wilder che strada fa


    Dopo molto tempo questo blog torna alla sua vocazione di servizio. Tanta acqua è passata sotto i ponti da quel lontano post sul contrario di postumo. Ma qualche giorno fa un ignoto lettore è finito su questo blog per caso con un dubbio che mi accingo a risolvere. Lo sconosciuto navigatore ha cercato su google: Il treno del film con gene wilder che strada fa. Google, non si sa come mai, l'ha mandato qua. Ecco la prova:


    Io sono pronto a compiere questa missione assegnatami da google e dal caso. Il treno del film con Gene Wilder (stiamo parlando di questo film, almeno spero) fa esattamente questa strada qua:

    10 gennaio 2011

    Maledetti toscani

    E maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani.

    9 gennaio 2011

    Treni ed altri treni


    In un non troppo freddo pomeriggio di fine dicembre ho fissato di incontrarmi a Bologna con un'amica che è in visita da alcuni parenti in un paesino poco distante. Decido di prendere l'Intercity delle 13.40 che parte dalla stazione di Firenze Rifredi. E' dall'altra parte della città. Il primo passo è la tramvia che, in linea di principio, dovrebbe arrivare alla stazione Santa Maria Novella senza intoppi. Ma il suo procedere è stranamente lento, come se il guidatore fosse inesperto, e ad una fermata il tram rimane bloccato ben più del necessario aprendo e chiudendo le porte ripetutamente, senza apparente motivo. Poi riparte ancora più lentamente. Arrivato, ben più tardi di quanto sperassi, devo prendere un autobus che mi porti a Rifredi. Cerco di fare il biglietto del treno ad una delle macchinette automatiche di Santa Maria Novella, per guadagnare tempo, ma a quanto pare è possibile solo per i treni in partenza da quella stazione e non da altre. Mi accorgo che il tempo inizia a scarseggiare e quindi mi dirigo verso la fermata dell'autobus. Il 28 è lì che aspetta. Chiedo all'autista fra quanto tempo parte. Tre minuti, mi risponde. Penso ancora di farcela. Ma sono evidentemente troppo ottimista. Il conducente prima di partire deve fare marcia indietro perchè c'è un 2 che gli blocca la strada. E con un autobus doppio non è molto agevole nè rapida come manovra. Come se non bastasse, dopo aver chiuso le porte ed esser già partito, sente il bisogno di riaprirle per far salire un ritardatario. E questo lo fa almeno quattro volte. Quando finalmente parte si mette a parlare al telefonino con non so che collega di turni e amenità varie e quindi il viaggio non procede piuttosto a rilento e gli auspici non sono dei migliori. E continua tra semafori rossi e fermate lunghe, fra cui una dove una simpatica signora si mette amabilmente a discorrere col conducente per un quarto d'ora su non so che luogo in cui dovrebbe andare vicino ad un'autofficina in via delle Panche per poi non salire neanche sull'autobus. Alla mia fermata mi butto letteralmente fuori dall'autobus e mi metto a correre in mezzo di strada rischiando di essre investito per cercare di arrivare in tempo e non perdere il treno. L'orologio della stazione senga le 13.38 e io devo ancora fare il biglietto. Butto un occhio, ma non vedo alcuna biglietteria automatica. Vado al binario e il treno non è ancora partito. Vedo un controllore e gli chiedo se mi può fare il biglietto al volo. In Belgio funziona così e senza alcuna sovrattassa. Mi dice che certamente si può fare ma costa cinquanta euro in più. Non mi sembra un buon compromesso. Ormai l'ho perso il treno. Lo vedo partire mentre scendo le scale del sottopassaggio. Ho qualche secondo di smarrimento. Poi mi viene un'idea. Trovo la ben nascosta biglietteria e faccio un biglietto per tornare alla stazione di Santa Maria Novella col primo treno. Sono le 13.44 quando lo prendo. Dopo una manciata di minuti di viaggio scendo al binario e mi metto di nuovo a correre. Il mio vagone è in coda al treno e come se non bastasse è arrivato nel binario più lontano dalla biglietteria. Mi fermo alla prima automatica libera e compro un biglietto per il primo Frecciarossa che parte verso nord. Alle 14 in punto salgo sul treno che pochi istanti dopo parte in direzione Bologna, dove arrivo alla stessa ora a cui era previsto l'arrivo dell'Intercity. Molto rumore per nulla.

    7 gennaio 2011

    Yellow Ledbetter

    Il post di oggi è musical-filologico. E riguarda uno dei testi più controversi della storia della musica. Non tanto per il contenuto, ma più che altro perchè è difficile capire cosa diavolo Eddie Vedder stia cantando. Sì, si tratta di una canzone dei Pearl Jam. Yellow Ledbetter come dice il titolo del post. Non esiste un testo ufficiale e in tutte le versioni conosciute il buon Eddie farfuglia incomprensibilmente. Con senso del dovere mi sono messo ad ascoltarla attentamente ed ho carpito il vero significato della canzone. Racconta una triste storia di sofferenza. Eddie Vedder si offre volontario per portare i sacchetti della spesa ad una sua amica, una certa Nana, ma sono troppo pesanti e soccombe. Nel frattempo gli alti membri della bend se ne stanno in veranda ad osservare la scena indifferenti. E il buon Eddie non la prende bene.

    Questa è la canzone:
    http://www.izles.org/pearl-jam-yellow-ledbetter-7.html

    E questo è il testo che sono riuscito a carpire:
    I wanna see them on a poisoned leather seat
    Then they say "I wanna leave it again"
    Once it's sorted on a piston without sand
    I'm gonna say "I wanna leave it again"
    I wanna wait them on a wheelchair down away
    And I call Nana "See Nana? Oh! Wanna see?"
    And than I call loud again
    And I whisper on a living coma
    No, I said "I now wanna wear all the bags on the back"
    Oh yeah, can you see them out on the porch?
    Yeah, but they don't wave
    I see them round the brown wheel
    And I know and I know I don't wanna stay
    Let me try
    (guitar solo)
    I see. I don't know that, something new
    On a coma down away
    I said "I don't I don't know how to wear all those bags on the back"
    Oh yeah can you see them out on the porch?
    Yeah, but they don't wave
    I see them round the brown wheel
    And I know and I know I don't wanna stay
    Oh no, I don't wanna stay
    I don't wanna stay
    I don't wanna stay, no, no-ooo.
    Yeah.


    Altre interpretazioni sono benvenute.

    6 gennaio 2011

    Prime volte

    Uno vive in una città per quasi ventisei anni senza mai incontrare su un autobus uno che controlla i biglietti. Poi un pomeriggio d'inverno, emigrante tornato a casa per le feste, prende il 6 per andare in centro alla Feltrinelli a comprare un paio di libri e ne salgono addirittura due di coppie di controllori. Tutto nel giro di dieci minuti. Sullo stesso autobus. 

    5 gennaio 2011

    Gerontocrazia














    Perchè in Italia anche i rappresentanti dei giovani sono vecchi. 

    Elenco degli studenti ricevuti da Napolitano:
    Massimiliano Tabusi - 41 anni, ricercatore di geografia
    Maurizio Plini - 28 anni, studente di ingegneria
    Alessio Branciamore - 27 anni, studente di scienze politiche
    Fabio Gianfrancesco - 27 anni, studente di filosofia
    Claudio Riccio - 26 anni, studente di scienze politiche
    Luca Cafagna - 26 anni, studente di scienze politiche
    Giorgio Paterna - 26 anni, studente di economia
    Natascia Cirimele - 24 anni, studentessa di lettere
    Marta Autore - 23 anni, studentessa di fisica
    Elena Monticelli - 23 anni, studentessa di economia
    Giulia Collaro - 23 anni, studentessa di studi orientali
    Simone Famularo - 22 anni, studente di medicina

    Fanno eccezione le ragazze, a sottolineare la loro manifesta superiorità nei confronti di noialtri maschi.

    4 gennaio 2011

    Ma anche no


    Il primo post dell'anno parla di un avvenimento triste, che sfiora la tragedia. Un mio post è stato linkato da un blog. E' la prima volta che succede a mia memoria (che non è un buon metro di riferimento). La cosa triste è che si tratta di un blog di GQ fra i cui autori c'è Lapo Elkann (e altra gente che non so chi sia), in un post che parla di Facebook. Tanto valeva essere citato dal sito di Comunione e Liberazione o da quello di Scilipoti o di Radio DJ.
    La citazione riguarda il "famoso" post sul contrario di postumo che tante visite casuali porta al mio blog. Oltretutto la citazione della parola è a sproposito visto che il creatore di Facebook non è morto, che io sappia.
    L'aspetto positivo è che a quanto pare nessuno legge quel blog, quindi la mia mancanza di reputazione è salva.