29 aprile 2010

Cappelli

...la guardò partire e provò un immenso stupore, come un uomo che, dopo aver creduto per cinque anni di essere completamente cieco, scoprisse d'un tratto di avere solo portato un cappello troppo largo.

25 aprile 2010

Pukkelpop 09

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare.
Ho visto John Paul Jones suonare con Dave Grohl e Josh Homme.
Ho visto il diavolo vestito color pesca reclamare l'anima di uno stagediver che si era sfracellato al suolo.




Viaggio in macchina. Parto verso le una e mezzo, dopo pranzo, da casa. Giovedì 20 agosto. Duemilanove. Passo da Leuven e poi autostrada. Esco dalle parti di Zolder. Dove c'è il circuito. Arrivo dalle parti del festival. I cartelli ovviamente sono tutti esclusivamente in fiammingo. Potrebbe esserci scritto qualsiasi cosa. Coda. Vedo i simboli dei parcheggi. Sono dopo un cavalcavia sulla ferrovia. Davanti all'ingresso torme di pischelli a torso nudo, ragazze in costume e gente con casse di birra. Il termometro della mia Corsa non ha fatto che aumentare da quando sono partito. Trenta. Trentaquattro. Trentasette. Quaranta. Tombola. Il giorno più caldo della storia del Belgio, probabilmente. 
Faccio avanti e indietro per il viale dove c'è l'ingresso del festival, i parcheggi sono tutti occupati. Non so cosa fare. Un vigile mi dice che devo seguire i cartelli per i pacheggi sette e otto. Il che vuol dire rifare la coda in senso opposto. Un'altra volta. Prendo la fila che scorre di più. Non l'avessi mai fatto. Arrivo all'altezza di quello che potrebbe sembrare il bivio per il parcheggio. Provo a chiedere al tizio con la pettorina fosforescente. Ha un casco da ciclista, ma non ha la bicicletta. Chiedo in inglese. Mai azzardarsi a parlare in francese nelle Fiandre. Mi risponde in fiammingo. So una sega cosa dice. E' alterato. In fiammingo. Lo mando al diavolo. In italiano. E proseguo. Giro per prendere la strada da dove sono venuto. E dopo un centinaio di metri trovo un posto. Culo. Mi risparmio anche i 3 euro del parcheggio. Alla faccia del posteggiatore fiammingo.
Zaino in spalla e macchina fotografica in tasca m'incammino verso il festival. Sottolineo la digitale perchè, per fare un piacere ad un'amica che mi ha chiesto di fotografarle Dave Grohl, è la prima volta che la porto ad un concerto. Per fare caldo, fa caldo. E il sole batte. Coda per entare. Bisogna passare per la cassa. Coda piuttosto lenta. Mi sono portato dietro un libro. Mi metto a leggerlo. La versione di Barney. Ad un festival musicale con un libro nello zaino. Non sono una persona normale. Almeno mi passa un po' il tempo in coda e fra un concerto e l'altro. Sono arrivato in macchina alle due e mezzo. Ho trovato posto dopo le tre, forse alle tre e mezzo. Sono entrato verso le quattro.
Il main stage è normale. Grande palco. Enorme spiazzo davanti. I palchi secondari sono sotto delle tende. O meglio, dei tendoni. Per colpa delle code e del parcheggio mi sono perso gli Zebrahead che magari sarebbero potuto essere divertenti. Mi metto a sedere sul prato spelacchiato davanti al palco principale a leggere il libro aspettando che inizi il prossimo concerto.
Maximo Park. Una specie di gruppo indie rock o roba del genere. Mi ritrovo circondato da quattordicenni. Insostenibili. Di una banalità allucinante. Il tastierista si muove come un indemoniato. D'altra parte il suo ruolo nel gruppo è paragonabile a quello del gruppo stesso nel panorama musicale mondiale. Inutile. Ad un certo punto il cantante tira fuori un quaderno rosso, e inzia a leggere. Non capisco. Ma non manca molto alla fine. Finito questo spettacolo straziante, mi rimetto a leggere il libro. Alla fine sarei potuto arrivare alle sette. Il prossimo gruppo sul palco principale sarebbero stati i Razorlight. Ho terrore che possano essere una specie di Maximo Park e fuggo.
Mi dirigo verso la tenda Shelter. Nel programma vedo che ci suona un gruppo che si chiama Bring Me the Horizon. Non ho idea di chi siano. Ma dev'essere il palco dove c'è un po' più di violenza nella musica. In serata ci suoneranno gli Opeth, che faccio volentieri a meno di vedere. Il cantante bercia e vocia. Nulla di buono neanche questa volta. Growl da death metal, ma senza che sia death metal. Qualcosa di indefinibile. E inascoltabile. In modo diverso dai Maximo Park, ma sempre inascoltabile. Accanto a me c'è un tamarro con un paio di occhiali da sole ridicoli. Poi sotto una tenda, dove il sole non c'è, sono ancora più ridicoli. Mentre ascolti un gruppo del genere e ti muovi come se stessi ballando la techno sei ancora più ridicolo. Se fossi una persona violenta gli avrei rifilato un cartone nel viso sulla fiducia, senza neanche dire "Ciao, come ti chiami?". Essendo un tipo tranquillo mi limito a guardarlo con disprezzo. Il gruppo finisce di suonare. Esco dalla tenda e vedo formarsi nuvoloni nerissimi in lontananza. Si piglia l'acqua. Almeno mi sono portato dietro un impermiabile. Mi metto a sedere nel prato per mangiarmi il panino con la mortadella che mi son portato da casa. Guardo il cielo che s'innerisce. Sono le sette passate. Fra un po' suonano i Deftones sul palco principale.
Mentre sto mangiando si avvicina un centinaio di kili di fiamminga. Mi biascica qualcosa nella sua lingua. Mi dispiace ma non parlo fiammingo. Mi chiede in un inglese stentato se si può sedere accanto a me. Mi guardo intorno. Il prato è praticamente vuoto. Eccoci, ci mancava solo questa. Le rispondo di sì. Si sdraia. Io finisco di mangiare il mio panino. Mi alzo e me ne vado. Senza voltarmi e senza rivolgerle uno sguardo od una parola.
I Deftones. Penso che non capirò mai in che lingua canti Chino Moreno. E cosa dica. Nel caso dica qualcosa di senso più o meno compiuto. Probabilmente è inglese. Ma non riesco a cogliere. Questo mi impedisce di farmeli piacere. Indubbiamente ci mettono un sacco di energia. E' un bel live. Non capisco ma mi diverto. E poi, detto in senso strettamente eterosessuale e non esteticamente parlando, Chino Moreno è il più bello di tutti.
Il nero del cielo si avvicina sempre di più e, anche se mi dispiace, abbandono i Deftones prima che finiscano. Nella tenda Marquee c'è un concerto a sorpresa e voglio arrivare con un po' d'anticipo. A sorpresa per dire. Ormai i rumors erano a senso unico e la mattina prima che partissi la notizia era praticamente ufficiale. Them Crooked Vultures. Josh Homme alla voce e chitarra. John Paul Jones al basso. Dave Grohl alla batteria. Se non è un supergruppo questo. E il mistero che li circonda rende l'evento ancora più atteso. Si sono formati da poco. E' il loro terzo show. Il giorno prima erano ad Amsterdam e una decina di giorni prima avevano esordito a Chicago. Il tendone è pieno stracolmo. Avrei dovuto muovermi prima. E come se non bastasse inizia a piovere. Mancano una ventina di minuti all'inizio del concerto. Provo ad entrare sul lato sinistro. Il più avanti possibile. Sono comunque abbastanza distante. Inizia a diluviare. Cosa dico? Iniziano a cadere secchiate d'acqua dal cielo. Il momento adatto per essere sotto un tendone. Il pubblico è in fermento. C'è la sensazione che si assisterà a qualcosa di storico. Siamo fitti come sardine. Qualsiasi movimento è impossible, tranne quelli dettati dalla folla che ti spinge. Silenzio. Rumore. Entrano sul palco. Si comincia. Il suono sembra molto Queens of the Stone Age. Almeno secondo me. Ma io di musica non me ne intendo. Mi piace e basta. Ovviamente nessuno ha sentito prima nessuna delle canzoni. Eppure il pubblico apprezza. Io sono subito colpito dalla seconda canzone. Cerco di fare qualche fotografia, ma i movimenti non sono facili. E poi sono lontano. Non vengono bene. Nei palchi secondari non ci sono maxischermi. Sono lontano vuol dire anche che per quello che vedo sul palco ci potrebbe essere chiunque. Josh Homme no. Lui si riconosce. Dai capelli rossi. Quello alla batteria si danna come se fosse Dave Grohl. Probabilmente perchè lo è. Per quello che vedo. Ma per quello che sento sul palco c'è un gran bel gruppo. Alcuni fra gli spettatori se ne vanno. Forse perchè si aspettavano qualche altra sorpresa. Forse perchè ha smesso di piovere. Forse perchè vanno a vedere gli Offspring che iniziano tra poco. Io resto. C'è più libertà di movimento e riesco ad avvicinarmi di un paio di passi. Anche Daffodils mi colpisce subito come canzone. Fanno anche un sacco di intermezzi strumentali. Ci sanno fare i ragazzi. Il concerto finisce con Nobody Loves Me. Gran bel concerto. Gran bella sorpresa. Anche se scoperta in anticipo. Grazie Pukkelpop. E grazie Dave, Josh e John. Ci sanno fare e faranno strada. E mi sono anche risparmiato il temporale.
Vado verso il palco principale. Suonano ancora gli Offspring. Sono molto lontano. Vedo qualcosa attraverso i maxischermi. Il palco non lo vedo quasi. E non si sente bene. A folate il suono è distorto. Comunque facccio in tempo a sentirmi qualche classico del repertorio. Divertenti sicuramente. Peccato che siano schiacciati tra la sorpresa e i Faith No More e non me li possa godere.
Finiti gli Offspring mi dirigo in direzione ostinata e contraria alla folla. Verso il palco. I Faith No More me li devo vedere da vicino. In fondo se sono qui è per loro. Un tour di reunion che può essere un'occasione unica nella vita. Come l'anno scorso per i Rage Against the Machine al Pinkpop in Olanda. C'è da aspettare un'oretta. Devono sistemare il palco eccetera. Un sipario rosso come sfondo. Tastiera e microfono. Altri tre microfoni. Batteria. Soundcheck. Ormai è buio. Era già buio durante gli Offspring a dire la verità. 
Entrano. Mike Patton ha un bastone ed ha un vestito color pesca. O salmone. Qualcosa del genere. Mike patton è il diavolo. O almeno io il diavolo me lo immagino con la faccia di Mike Patton e con l'espressione di Mike Patton. Forse il diavolo è Mike Patton. Iniziano con un pezzo tranquillo. Non lo conosco. Ma già dal secondo c'è potenza e adrenalina. Pogo piuttosto intenso davanti a me. Io me ne tengo fuori. Sono stanco e poi inizio ad avere una certa età per queste cose. Evidence. Poi Last Cup of Sorrow, che canto a squarciagola. Easy, like sunday morning. Midlife Crisis. Appare un ragazzo sul palco non si sa da dove. Prende la rincorsa e si butta a volo d'angelo per fare stage diving. Per chi si ricorda l'inzio di School of Rock con Jack Black che cerca di fare stage diving, il risultato è più o meno lo stesso. Solo che il problema non è il pubblico che non lo prende. Non ci arriva neanche dove c'è il pubblico. E il palco è molto più alto. Si ferma la musica. Mike Patton si cala dal palco per controllare che il tizio sia ancora intero. Dopo un po' risale. Il suo commento è "That was fucked up". Non è dato sapere delle sorti del diver. Bene non si è fatto. Mike dice che deve riprendere il mood. Si mette a fischiettare una musica scema. E poi riattaccano con Midlife Crisis. Poi Epic. Davvero un gran concerto. Ad un certo punto Mike Patton se la prende con quelli della prima fila. Li piglia per il culo. Poi scende da palco. Cerca di farli cantare. Il primo non sa le parole e allora lo bacia in bocca. Altri cantano. Poi va davanti alla telecamera e ci sputa sopra. Risale sul palco. Finiscono la canzone. Ringraziano e se ne vanno. Tutti aspettano l'encore. Che arriva. Mike dice che nel backstage hanno parlato del tizio che ha fatto il tuffo. Dice che potrebbe essere andato ad incontrare lo "homeboy" indicando con il dito verso il cielo. Dice che potrebbe essere irrispettoso e attacca a cantare "Olè Olè Olè" e poi suonano il tema di Momenti di Gloria. Il finale è di We Care A Lot. Grande concerto? Grandissimo concerto. Grandissima energia. Immenso Mike Patton. Secondo me non è Mike Patton che ha venduto l'anima al diavolo. E' il diavolo che ha venduto l'anima a Mike Patton.
Mi dirigo verso l'uscita. La macchina non è vicinissima. I piedi e le gambe mi fanno male. Ma sono contento. In macchina metto su un cd dei Gogol Bordello e riparto verso casa cantandoci sopra. All'una e trentotto supero un camion di maiali. Arrivo a casa dopo le due. Mando un paio di email. Faccio una doccia. Alle tre sono a letto. Il giorno dopo lavoro. Rocchenrooooooooool.

24 aprile 2010

Digiuno a Montmartre


Anche se avrebbe dovuto essere pranzo a Montmartre.....

21 aprile 2010

Il ritorno dell'albero dalle foglie arancioni

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Passai una settimana intera a pensare cosa avrei potuto dirle e come avrei dovuto dirglielo. Ma furono pensieri del tutto inutili. Quando ritornai alla radura con l'albero arancione era un giorno ventoso e grigio. Per la prima volta in due autunni mi resi conto che le foglie sull'albero erano molte meno del solito. Lei non c'era e al suo posto c'era una lettera fermata a terra da un sasso. La cosa che mi sorprese fu che era una lettera d'amore. La più bella lettera d'amore che fosse mai stata scritta, per quanto ne sappia. Ma ancora più sorprendentemente la lettera si concludeva dicendo che, convinta del fatto che io non ricambiassi e non potessi ricambiare i suoi sentimenti, aveva deciso che la cosa migliore da fare fosse non rivedersi più, per quanto doloroso sarebbe potuto essere.
Un colpo di vento più forte degli altri mi strappò la lettera di mano, ma con un guizzo riuscii a riafferlarla prima che Eolo se ne impardronisse definitivamente. Il vento si fece tumultuoso. Un altro colpo di vento scosse l'albero così violentemente che tutte le foglie arancioni rimaste caddero all'unisono come per sortilegio e furono trasportate via dal vento insieme a quelle che giacevano sotto l'albero, che rimase improvvisamente spoglio.
Questa cosa mi sconvolse molto più che la lettera, considerando che mi convinsi subito che in qualche modo sarei riuscito a trovarla in un buco di paese come il nostro, malgrado non conoscessi il suo cognome e non avessi una sua fotografia. Ma questo evento inaspettato ed inverosimile mi demoralizzò e un senso di vuoto mi pervase. Camminai fino a casa come in trance, senza prestare attenzione a dove andassi e a cosa facessi, con la mente che vagava per i fatti propri. Mi ci vollero un paio di giorni per riprendermi, ma alla fine il buon senso si rimpadronì di me e mi misi alla ricerca di Claudia. Ricerca che si rivelò molto più difficile di come me la fossi immaginata. Iniziai chiedendo in giro se qualcuno la conoscesse, facendone una sommaria descrizione. Andai dal giornalaio, dal macellaio e dal fruttivendolo, in farmacia ed al negozio di generi alimentari. Nessuno sembrava conoscerla. O più probabilmente la mia descrizione non era molto accurata. Il morale non era dei più alti ma ero deciso nel continuare la mia ricerca. Nonostante la pioggia ed il freddo passai il weekend successivo vagando per le strade del paese nella speranza di vederla. Si rivelò un altro fallimento. Andai anche dalla polizia, ma non mi aiutarono. Anzi, ebbi la sensazione che stessero per arrestarmi.
Poi mi venne un'altra idea. Stampai su decine e decine di fogli A4, il semplice ma inequivocabile messaggio Claudia, anch'io ti amo e lo affissi un po' dappertutto in paese. A quel punto non potevo che sperare che lo leggesse. Passai ogni minuto del mio tempo libero nella radura all'ombra del nostro albero completamente spoglio. Finchè un giorno, quando arrivai in vista dell'albero, la vidi in tutto il suo splendore seduta sotto i suoi rami. Mi fermai e anche lei non si mosse. Ci guardammo da lontano. Poi mi avvicinai e lei si alzò in piedi. Mi guardò con un'espressione interrogativa e io non feci altro che sorriderle annuendo con la testa. Dopo un attimo di esitazione, che sembrò durare un'eternità, ci abbracciammo e tutto fu chiaro senza bisogno di dire parola alcuna. L'abbraccio fu così intenso da sembrare che le nostre vite dipendessero da quanto forte ci tenessimo. All'improvviso un raggio di sole squarciò le nuvole di quel mattino di Dicembre. Guardammo entrambi verso il cielo e poi verso l'albero. Era tempestato di gemme che sembravano sul punto di sbocciare e ai suoi piedi, tra l'erba, erano spunati fiori di ogni colore ed a noi, in quel momento, quell'angolo di primavera in pieno inverno, sembrò la cosa più naturale del mondo.

20 aprile 2010

L'albero dalle foglie arancioni colpisce ancora

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Con il nuovo arrivo dell'autunno qualcosa dentro di me cambiò. Il mio entusiasmo per in nuovo lavoro si raffreddò progressivamente, così come si raffreddarono i rapporti con le nuove amicizie. Un senso di inquietudine e inadeguatezza montò progressivamente dentro di me e questo fece in modo che  per qualche settimana i miei spostamenti si limitarono a quelli tra casa e lavoro e viceversa.
Fu in una bella domenica di metà autunno che mi decisi a rompere questo rituale per rimettermi le scarpe da trekking  e tornare a far visita al mio albero arancione. Era tempo per ritrovare un po' di serenità e quello mi sembrò l'unico modo per riuscirci. Malgrado fosse quasi un anno che non rimettevo piede su quei sentieri e nonostante la memoria non sia mai stata una delle mie doti migliori, riuscii ad orientarmi senza grossi problemi e ad arrivare alla radura senza perdermi.
Non penso di essere in grado di riuscire a tramutare il parole la sensazione che provai quando vidi un'altra persona seduta sotto la chioma arancione dell'albero. Fu come un tradimento. La voglia di girare i tacchi e tornarmene da dov'ero ventuo era molto alta, ma un misto tra la curiosità di capire chi si fosse appropriato di un luogo che sentivo mio e un sentimento di vendetta di una così spudorata appropriazione indebita di luogo pubblico, mi fecero cambiare idea.
La persona sotto l'albero indossava un cappellino da baseball ed un ampio maglione. Da dove ero, quindi, non riuscivo a distinguerne età, sesso o altro. Stava scrivendo e non prestò alcuna attenzione a me che mi avvicinavo. Non si accorse di me finchè non fui a pochi passi. Allora mi guardò e, dopo un attimo di stupore nel vedere qualcun'altro in un luogo apparentemente così isolato, mi sorrise e il mio spirito vendicativo fu disarmato dal suo sorriso. Era una ragazza.
Iniziammo a parlare un po'. Mi disse che si era trasferita in paese poco più di un mese prima. Anche lei, come era successo a me l'anno precedente, si era imbattuta in questo angolo di paradiso per sbaglio, vagando per questi boschi la settimana precedente. Claudia era il suo nome. Lo è ancora. La mia ostilità iniziale scomparve del tutto e mi decisi a raccontarle del tempo che avevo passato in quel luogo l'autunno passato. Di come non riuscissi ad immaginare quel'albero in un periodo diverso e della gelosia che avevo provato nel vederci un'altra persona seduta sotto. La cosa la fece ridere e mi chiese se avrebbe potuto continuare a frequentare quel posto. Le risposi che mi avrebbe fatto piacere dividerlo con lei. A patto che non spargesse la voce in giro altrimenti in poco tempo si sarebbe riempito di gente, ci avrebbero costruito dei fast food, un albergo a quattro stelle con piscina, uno svincolo autostradale, un aeroporto e chissà che altre diavolerie.
Facemmo insieme parte della strada verso il paese, ma prima di arrivarci lei dovette prendere un sentiero diverso. Quando ci separammo non ci demmo alcun appuntamento, ma era implicito che ci saremmo rivisti sotto l'albero dalle foglie arancioni. E così avvenne il sabato dopo, malgrado il cielo nuvoloso ed il vento insistente. La cosa buffa è che non mi capitò d'incontrarla durante la settimana in paese, che non era certo una metropoli tentacolare.
Continuammo ad incontrarci in quel posto e solo in quel posto nelle settimane seguenti. Ci incontravamo e parlavamo di noi e delle nostre vite, dei nostri pensieri, dei nostri sogni e delle nostre preoccupazioni. A volte stavamo in silenzio a leggere o semplicemente a guardare il panorama davanti a noi. Poi ci scambiavamo consigli sulle letture e leggevamo le storie che l'altro scriveva.
Presto mi resi conto che era diversa da qualsiasi altra ragazza che avevo mai conosciuto. Che era diversa da qualsiasi altra persona che avevo mai conosciuto. Mi resi conto che spesso mi ritrovavo senza parole davanti ad un suo gesto, per insignificante che fosse, o affascinato da quello che diceva e da come lo diceva. E quando me ne resi conto ero già perdutamente ed irreversibilimente innamorato di lei.

to be continued...

19 aprile 2010

L'albero dalle foglie arancioni


La prima volta che vidi l'albero dalle foglie arancioni fu una domenica mattina d'autunno. Mi ero trasferito da poche settimane, per motivi di lavoro, in un piccolo paese di collina. Era il primo weekend di tranquillità dopo il caos del trasloco. Finalmente tutto sembrava a posto e, dopo un sabato di pioggia battente passato in casa a leggere, la domenica mattina volli approfittare del cielo incredibilmente azzurro per fare una camminata per i boschi che si estendevano sui lievi pendii che sovrastavano il paese.
Allacciarmi le scarpe da trekking mi fece uno strano effetto. Mi fece pensare alle strade coperte di neve della mia città durante i lunghi inverni. Prima di allora avevo sempre vissuto tra lo smog ed il rumore della città. I cambiamenti che comportava l'essersi trasferito in campagna ancora non li avevo assimilati. Da una parte il nuovo lavoro e dall'altra il trasloco non me ne avevano data possibilità.
Quella mattina presi un sentiero che partiva subito dietro casa mia e s'inoltrava nel bosco. L'autunno era dappertutto. Nei colori che s'ingiallivano, nell'odore della terra bagnata dopo la pioggia e nel vento che raffrescava l'aria, illuminata da un sole che sembrava fuori posto.
Ogni tanto il sentiero si biforcava in ramificazioni e io sceglievo la strada da prendere, ispirato dal momento, senza pensare troppo a tenere a mente il modo per tornare a casa. L'essere in mezzo alla natura per la prima volta dopo molto tempo era l'unico mio pensiero.
Ad un certo punto mi ritrovai in un vicolo cieco. Il sentiero finiva bruscamente ed io decisi di riavviarmi verso casa. O di provarci almeno. Perchè dopo aver tentato di percorrere la strada inversa ed aver passato un paio di bivi, mi ritrovai davanti ad un ponte su un torrente da cui non ero passato nel percorso di andata. Mi ero perso. Inequivocabilmente. Ma invece di tornare indietro a cercare il giusto sentiero, per qualche strana deviazione della mia mente, mi sentii ispirato a proseguire. Cinque minuti di cammino dopo, il bosco si aprì in una radura piuttosto ampia e leggermente in discesa. Alle mie spalle, a dominarla, un albero di non so che specie dall'imponente chioma arancione, talmente vivace che sembrava inadatta ad un albero. Le foglie già cadute formavano ai suoi piedi una sorta di tappeto. La vista verso valle, da sotto i suoi rami, era meravigliosa. Racchiudeva in un abbraccio tutti i colli circostanti che grazie all'autunno erano un'esplosione di sfumature di giallo e di rosso con l'intrusione di qualche stoico sempreverde. Riuscii anche a vedere qualche tetto del paese e quindi ad orientarmi per trovare il modo di tornare a casa. Cosa che mi riuscì, non senza difficoltà.
Durante quell'autunno tornai sotto le foglie arancioni di quell'albero in quasi tutti i weekend in cui il tempo lo permettesse. Iniziai a portarmi dietro da leggere e da scrivere. Il posto mi trasmetteva serenità come nessun altro posto aveva mai fatto prima. Lo sentivo mio. Le sue foglie continuavano a cadere, ma sembravano non finire mai, quasi come se ce ne fossero infinite sui suoi rami.
Poi arrivò l'inverno. All'improvviso. Le temperature crollarono, le giornate di pioggia erano sempre più frequenti, il freddo più intenso ed alla fine la pioggia diventò neve. Di uscire e camminare nei boschi non se ne parlava. Complici anche un lavoro sempre più presente e alcune nuove amicizie, persi l'abitudine delle passeggiate in solitaria. Per tutta la primavera e l'estate seguenti non tornai più dalle parti dell'albero arancione. Non ebbi, quindi, la possibilità di vederlo spoglio, nè ebbi l'occasione di vedere i colori che assumesse con l'arrivo della primavera. La mia immaginazione si fossilizzò sul fatto che le sue foglie rimanessero perennemente arancioni ed in un continuo stato d'indecisione tra cadere e rimanere sull'albero.

to be continued...

11 aprile 2010

Intervallo pt. 2



9 aprile 2010

Amore Disperato

Di uscire quella sera non ne aveva alcuna voglia, cosa che si sarebbe potuta dire per quasi tutte le sere da un po' di tempo a questa parte. Quella sera, però, riuscirono a convincela. O meglio, a costringerla, più che a convincerla. Anche perchè si guardarono bene di dirle dove sarebbero andati. Se lo avesse saputo anche la forza non sarebbe stata sufficiente per smuoverla di casa. Di quel locale non le piaceva la musica, nè la gente che lo frequentava. Ma per qualche oscuro motivo le sue amiche ed i suoi amici erano convinti che una serata in quel posto avrebbe risolto tutti i suoi problemi. Non c'è da meravigliarsi del fatto che si arrabbiò molto della scelta e cercò in tutti i modi di non entrare. Alla fine passò tutta la serata ad annoiarsi appoggiata ad uno specchio in un angolo del locale.
Il vestitino bianco che indossava, considerando la carnagione chiara, gli occhi azzurri e i boccoli biondi, l'avrebbero fatta sembrare un angelo caduto dal cielo a chiunque avesse un po' di poesia nello sguardo. Cosa che nessuno in quel posto sembrava avere.
Mentre i suoi amici si divertivano, la sensazione che stesse perdendo tempo prezioso cominciò a montare dentro di lei, malgrado a casa, da sola, non avrebbe avuto niente di diverso da fare che annoiarsi. Quindi, visse con sollievo quando i suoi amici vennero a dirle che stavano per andarsene. Ma fu all'uscita del locale  che avvenne l'imponderabile. Urtò involontariamente un ragazzo che si girò verso di lei con stupore. Dopo un attimo, lui la guardò negli occhi. Per un paio di secondi, ma che a lei sembrarono non finire più. Perchè lui la guardò negli occhi come nessun altro l'aveva mai guardata prima. Le sorrise dolcemente e le aprì la porta. Poi se ne andò in direzione opposta alla sua.
L'inaspettata gentilezza del suo sguardo, del suo sorriso e dei suoi gesti la lasciarono come sotto shock. Disse ai suoi amici che preferiva fare a piedi la strada fino a casa, che comunque non era molto distante dal lì. Aveva bisogno di camminare e di pensare. I suoi amici avevano smesso da tempo di cercare di capire i suoi comportamenti, per cui la lasciarono andare senza domande.
Sola, di notte, in mezzo alla strada, fu presa da un attacco di euforia. I lampioni accesi le sembrarono come stelle splendenti. Iniziò a cantare, prima sottovoce, ma in crescendo e poi a squarciagola. Non contenta, si mise a muovere la testa a ritmo con questa musica immaginaria, poi a muovere un piede battendolo sull'asfalto e infine aprendo le braccia come per spiccare il volo, si mise a girare su se stessa e a ballare in mezzo di strada. Quando nella sua testa la musica s'interruppe, si mise a correre a perdifiato. Non si era mai sentita così prima. Quello sguardo di uno sconosciuto l'aveva fatta sentire viva ed amata per la prima volta nella sua giovane vita. Ma più che si avvicinava a casa e più che l'euforia veniva sostituita da uno stato di inquietudine. Quando si trovò sulla soglia di casa era ormai in preda alla disperazione. Il solo pensiero di non poter più rivedere il sorriso di quel ragazzo le tolse il respiro. Che fosse stata presa in pieno da un colpo di fulmine di cui non aveva mai creduto l'esistenza?
Per un giorno intero rimase chiusa in casa senza mangiare e senza parlare con nessuno. Poi le si accese una lampadina. Sarebbe tornata in quel locale finchè non l'avrebbe rivisto. E così fece. Per una settimana, ogni sera, da sola, andò in quel posto scrutandone attentamente ogni centimetro, speranzosa di incrociare di nuovo quello sguardo che le aveva fatto perdere la testa. Lo fece, ma invano. Di lui nessuna traccia. E allora si arrese e si chiuse di nuovo in casa, in isolamento.
Era una notte con un tempo da lupi quando uscì di nuovo di casa. Uscì senza destinazione alcuna, voleva solamente sentire il freddo, la pioggia ed il vento su di sè. Camminò a lungo sotto la pioggia finchè, stremata, si fermò su una panchina. Inzuppata di pioggia e presa dal freddo si mise a piangere, cosa che non le riusciva da anni. Le lacrime si mischiarono con la pioggia sul suo volto angelico. Lo prese tra le mani e, disperata, continuò a piangere fino alla fine delle lacrime.
All'improvviso sentì qualcuno sedersi al suo fianco sulla panchina. Un brivido le percorse la schiena ed ebbe paura ad alzare lo sguardo. Un ladro? Un violentatore? Un assassino? Quando alzò lo sguardo il cuore smise di batterle per un secondo e rimase a bocca aperta. Lo stesso sguardo che di cui si era innamorata la stava di nuovo fissando negli occhi. Non riuscì a proferire parola. Neanche lui aprì bocca, ma le accarezzò il volto. Il contatto fu come una scossa che le attraversò tutto il colpo. Il cuore si mise a battere a mille. Incredula, fece per domandargli spiegazioni, ma lui portò un dito sulle sue labbra. Allora non chiese nulla, ma si gettò tra le sue braccia. Il cielo continuava a rovesciare acqua senza tregua su di loro. Ma di questo e di tutto il resto a lei non importava più nulla. Le sue lacrime diventarono di gioia e le sue prime parole furono:
- Non mi lasciare più.
Lui la prese così sul serio che quell'abbraccio sotto la pioggia sembrò durare all'infinito.
Alla fine, quando si trovò di nuovo sola sotto casa, tremante per il freddo e l'emozione, con le luci dei lampioni che brillavano come stelle ancora una volta, prima di entrare ballò di nuovo in mezzo di strada e di nuovo cantò al cielo la scoperta dell'amore disperato.



8 aprile 2010

Pesci

I pesci proprio non li capisco. Perchè non hanno le ossa come tutti gli animali degni di questo nome? Al limite avrebbero potuto essere anche invertebrati, nulla in contrario. Ma che senso hanno le lische? Una fatica a toglierle. E poi non riesci mai a toglierle tutte e allora ti bucano, ti s'infilzano, le inghiottisci eccetera. Allora ti metti lì e pensi che i pesci sono proprio fatti sbagliati.


6 aprile 2010

Meaning of Life