Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post

16 ottobre 2013

Napoleone Bonaparte

Qualche mese fa ho scritto una cosetta per una sfida che poi non ha mai avuto luogo (ma questa è un'altra storia). Scrivere un raccontino includendoci dentro i primi cinque articoli tirati a sorte da Wikipedia. Vista la scarsa ispirazione per nuovi post l'ho ripreso da sotto la polvere del mio desktop.
Questi sono gli articoli che sono stati sorteggiati:

http://it.wikipedia.org/wiki/Brachystegia_angustistipulata
http://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_Faina
http://it.wikipedia.org/wiki/Peschadoires
http://it.wikipedia.org/wiki/Albatros_B.II
http://it.wikipedia.org/wiki/Daxam

Non un sorteggio particolarmente fortunato. Ecco qui di seguito il racconto che ho scritto:


Due uomini sedevano su seggiole scomode in una stanza asettica illuminata da una luce fredda. Un terzo uomo sedeva comodamente dietro una scrivania. Ad un cenno di quest'ultimo, uno degli altri due cominciò a parlare, agitando le braccia e le mani, ma rimanendo quasi immobile con tutto il resto del corpo.
- Signor Commissario, la ringrazio per avermi concesso udienza. Mi lasci raccontare come sono andate le cose. Mi trovavo a Peschadoires, un paesino di quattro anime nella regione dell'Auvergne, per motivi di lavoro. Lei si chiederà che lavoro faccia, ma questo non è importante ai fini della storia. Si fidi di me. Il punto della storia è che il primo giorno, uscito di casa di prima mattina, un cinese con gli occhiali ed un maglioncino grigio per poco non mi finì addosso mentre usciva di corsa dalla boulangerie. Nulla di strano dirà lei. Forse è vero. Ma anche il giorno seguente successe la stessa identica scena con lo stesso identico cinese. E così il terzo ed il quarto giorno. Il giorno successivo no. E allora mi fermai davanti alla boulangerie. Mi guardai intorno e non lo vidi. Quando stavo per riprendere il cammino, il cinese con gli occhiali mi spuntò alle spalle e mi mise un fazzoletto sulla bocca. Persi i sensi.
Quando li ripresi mi accorsi di essere in una serra enorme, alta qualche metro. C'era un uomo. Esattamente il signore che si trova accanto a me in questo momento. Si presentò a me come Pippo Faina, romano e allenatore di basket. Non mi ci volle molto a capire come quella fosse soltanto una copertura. Gli allenatori di basket romani hanno tutt'altra faccia e corporatura. Subito si mise a parlare della coltivazione in serra della Brachystegia angustistipulata, una pianta della famiglia delle leguminose endemica dell'Africa centrale. Quando, da un'apertura nella serra, vidi, parcheggiato su un terreno incolto adiacente, il biplano da ricognizione tedesco Albatros B-II, mi bastò fare due più due per capire cosa stava succedendo.
Il cinese con gli occhiali non era un cinese con il maglioncino grigio, ma un alieno del pianeta Daxam. Come lei saprà benissimo, signor Commissario, i daxamiti sono degli alieni xenofobi con dei poteri simili a Superman. Sono qui per colonizzare il nostro mondo. Disperdono nell'ambiente i semi di Brachystegia angustistipulata macinati in polvere finissima. Sorvolano città e campagne con il biplano tedesco e rovesciano su di noi queste polveri. Infettano l'aria e l'acqua e ci rendono proni al collaborazionismo. Come è successo a questo tizio accando a me. Sporco collaborazionista.
Signor commissario, deve assolutamente chiamare i servizi segreti. Che dico? L'esercito. Ne va del pianeta intero.
Finito il racconto, l'uomo dietro la scrivania si alzò. Portava un camice bianco.
- Bene. Ho preso nota di tutto. E lei, Signor Faina, cos'ha da dire al riguardo?
Il secondo uomo, che era restato in silenzio fino ad allora, si alzò in piedi tenendo la mano destra all'interno della giacca all'altezza della pancia.
- Ma quale Faina e Faina, io sono Napoleone Bonaparte.
L'uomo con il camice annuì severamente. Poi prese in mano l'interfono e dopo aver atteso la risposta dall'altro capo del filo disse
- Infermiera? Sì, potete riportare i pazienti nella loro stanza dopo avergli somministrato la dose giornaliera di Olanzapina.

8 maggio 2013

Caronte

 A Eva.

I gabbiani planano con leggiadria e noncuranza intorno al traghetto in partenza. La nebbia che avvolge le bianche scogliere di Dover ovatta il paesaggio. Il freddo umido della prima mattina convince gli altri passeggeri a sostare in luoghi più riparati. Io, invece, sono aggrappato alla ringhiera in coda alla nave (mi scuseranno i marinai per il lacunoso gergo tecnico). L'adrenalina mi scuote il corpo a causa della corsa a perdifiato per non perdere il traghetto. Il treno era in ritardo e l'autobus che mi ha portato dalla stazione al porto sembrava perdere tempo intenzionalmente ad ogni incrocio e ad ogni rotonda per non farmi arrivare in tempo. Non solo adrenalina, ma anche dolore fisico, sguardo annebbiato e conati di vomito. Io e la corsa non ci frequentiamo nè spesso nè volentieri.
Solo quando riesco a riprendere il controllo del ritmo respiratorio mi rendo conto che non sono da solo ad essere preso a schiaffi dal vento sul ponte esterno. C'è una ragazza. É vestita di nero, fuma una sigaretta ed ha lo sguardo fisso in direzione opposta a quella dove sono io. Verso un punto imprecisato in mezzo al mare. Mi metto a sedere ad uno dei tavolini di legno del ponte. Per riprendermi oppure esalare l'ultimo respiro mi accascio con la testa sul tavolo.
Quando rialzo lo sguardo, dopo qualche minuto, la ragazza è seduta di fronte a me. Il cuore salta un battito per lo spavento. É stata più silenziosa di un ninja. Mi sorride e mi chiede scusa. Dice che si è avvicinata per controllare che stessi bene. Mi chiede cosa mi ha ridotto in quello stato e allora io racconto tutta la storia. Il treno, l'autobus, la corsa, il polmone d'acciaio in cui dovrebbero mettermi eccetera. Ha i capelli neri raccolti in una coda e uno sguardo così intenso come non ne avevo mai visti. I suoi gesti sono netti e le parole determinate.
Nell'ora che il traghetto impiega per arrivare a Calais parliamo di tutto. Della vita, dell'universo e di tutto il resto. Raramente mi trovo a mio agio a parlare così a lungo con qualcuno. E mi turba il fatto che la conversazione possa essere interrotta per sempre dalla fine della traversata. Per la prima volta da quando mi ha spaventato a morte apparendo davanti a me, cala il silenzio tra di noi. Dopo un paio di minuti, mi chiede dove sono diretto. Io le spiego che ho alcune cose di lavoro da sistemare a Bruxelles e quindi prevedo una sosta di qualche giorno in Belgio. - Ti do un passaggio - mi dice. Sostiene che sarebbe comunque andata in quella direzione e un po' di compagnia sul suo furgoncino giallo non può che farle piacere. Io accetto entusiasticamente.
Il furgoncino è un vecchio Renault e mi stupisce un po' che abbia targa inglese e la guida a destra. Non pensavo che vivesse in Inghilterra. Glielo chiedo, ma la sua risposta è evasiva. Anzi è una non risposta. Cambia immediatamente discorso chidendomi se mi va di guidare al posto suo. Per me non è un problema e quindi, dopo aver aspettato che tutti i tir e i mezzi pesanti siano usciti dal traghetto, sbarchiamo in terra francese. Un po' impacciato, sono ai comandi di un furgoncino giallo con la guida dalla parte sbagliata.
Il viaggio prosegue liscio e immerso in chiacchere sui massimi sistemi fino al confine con il Belgio. Prima di attraversarlo mi suggerisce di fermarmi a fare benzina. Il carburante in Belgio è più caro, effettivamente. Per sdebitarmi in parte per il passaggio ottenuto, mi offro di pagare il carburante. Ed è proprio mentre sono alla cassa a digitare il codice della carta di credito che con la coda dell'occhio la vedo salire sul seggiolino del passeggero di un'utilitaria nera, che immediatamente parte a tutta velocità dalla stazione di servizio. In quel momento la mia mandibola deve aver toccato terra. Mi riprendo dallo stupore solo quando mi sento chiamare ripetute volte dalla cassiera. - Può riprendere la carta - mi dice. Esco fuori e mi guardo intorno come se tutto il mondo, o almeno tutta l'area di servizio, dovesse essere partecipe del mio shock. Sono deluso dal fatto che nessuno lo sia.
La prima cosa che faccio è controllare se ci siano ancora le chiavi nel cruscotto. Ci sono. La seconda cosa che faccio è chiedermi - E adesso? - ma non ho una risposta. La terza cosa che faccio è aprire il portellone di dietro e controllare cosa c'è dentro. C'è un uomo legato, imbavagliato e apparentemente narcotizzato. Aspetta. Cosa?
Ho un leggero mancamento e devo arreggermi alla portiera per non cadere per terra. Panico. Lo volto e gli tolgo il bavaglio dalla bocca. É Mick Jagger. Aspetta. Cosa?
Mi sembra di essere in un sogno. Ecco. Forse sto sognando. Il freddo è ancora umido come stamattina sul traghetto. La nebbia che avvolge l'area di servizio ovatta il paesaggio. Non siamo lontani dal mare e un gabbiano plana con leggiadria e noncuranza sul furgoncino. L'adrenalina mi scuote il corpo per la scoperta appena fatta. Non ho corso a perdifiato ma ho difficoltà a respirare. Solo quando riesco a riprendere il ritmo del respiro mi rendo conto delle sirene spiegate che si stanno avvicinando velocemente.

6 febbraio 2012

Le stagioni

C'era una volta una ragazza. 
Quando era arrabbiata tirava un forte vento di tramontana che le scompigliava i capelli e faceva turbinare il mondo intorno a lei. Quando la malinconia prendeva il posto della rabbia le foglie cadevano dagli alberi, danzando lentamente sotto la spinta di un vento leggero. I suoi periodi di tristezza si riflettevano in un cielo grigio accompagnato da una pioggerella sottile e incessante. A volte, durante brevi intervalli di tempo, era distaccata e priva di emozioni; durante quei periodi le giornate erano corte ed il freddo pungente. Quando il distacco lasciava il posto alla rassegnazione, il clima diventava ovattato, le nuvole grigie lasciavano cadere un'abbondante nevicata e tutto diventava bianco. Poi però succedeva la ragazza che s'innamorasse e allora le temperature tornavano miti, i raggi del sole si facevano spazio tra le nuvole, i fiori sbocciavano e la natura si riempiva di colori. Un caldo afoso ed un sole abbagliante erano la diretta conseguenza del suo struggimento. La passione arrivava a folate e portava con se un vento accompagnato da nuvole che scaricavano un temporale fragoroso, illuminato da lampi e scosso da tuoni. E, appassionata, la ragazza era felice e allora dopo il temporale uno splendido arcobaleno solcava il cielo rasserenato.
Tale era la meraviglia che questa ragazza suscitava nella Natura che questa decise di plasmare i propri cicli sulle di lei emozioni e sui di lei sentimenti. E fu così che nacquero le stagioni.

1 gennaio 2012

Un losco commercio

Il negozio di Gustave, sito nell'ultimo vicolo a sinistra scendendo per rue de la Loi verso place du Commerce proprio di fronte all'Ancienne Poissonnerie,  vende materiale informatico e tecnologico.
Il negozio di Gustave, le cui potenti luci bianche al neon illuminano a giorno quasi tutto il vicolo anche nel buio di questo tardo pomeriggio di fine Dicembre, oltre a vendere ufficialmente materiale informatico e tecnologico fa commercio illegale di oggetti il cui solo possesso è fuori legge, figuriamoci la vendita.
Per accedere ai suoi servigi, quelli illegali, è necessario essere nel giro. Io nel giro ci sono e si può dire che ci sia sempre stato. Entrare nel giro è difficile. Molto difficile. Quasi impossibile.
Ogni tipo di articolo fra quelli ufficialmente in vendita nel suo negozio funge anche da codice segreto. Quando uno del giro si presenta e chiede, per esempio, un certo modello di macchina fotografica digitale di una certa marca, Gustave va nel retrobottega, chè in negozio tiene solo gli esemplari in esposizione, a prendere una scatola sigillata di quella macchina fotografica. Solo che dentro non c'è la macchina fotografica.
Esiste anche una formula che serve a fargli capire quando ad uno del giro deve effettivamente consegnare quello che gli viene chiesto esplicitamente e non quello che viene inteso implicitamente. La parola magica è: vorrei. Ieri l'ho usata per la prima volta. "Vorrei un hard disk esterno da 2TB per il mio portatile". Non avevo veramente bisogno di un hard disk esterno. Ero andato lì per quello che il codice rappresenta. 
Sono stato costretto ad utilizzare la formula perchè un centinaio di metri prima di svoltare nel vicolo del negozio, mentre la pioggia ghiacciata mi pungeva il viso come se fosse formata da migliaia di spilli, un agente del MinComPro1 mi ha fermato per un controllo. Sentivo che mi avrebbe fermato da quando l'ho visto in lontananza in mezzo alla folla indaffarata per le compere natalizie. Probabilmente in tutta la strada ero l'unico a mani vuote. Senza pacchi, pacchetti o sacchetti. Viaggiare a mani vuote a dieci giorni dal Natale è alquanto sospetto. Non comprare, non consumare almeno fino al limite delle proprie possibilità è considerato un attentato alla stabilità economica del paese. Se si viene denunciati in quanto non-consumatiori si corre il rischio di vedere tutti i propri beni sequestrati, si ha la quasi certezza di perdere il lavoro e si viene privati di ogni servizio e diritto emanato dallo Stato.
Io sono un attentatore alla stabilità economica del paese, ma ieri stavo effettivamente andando a comprare qualcosa. Sapendo che per l'agente non sarebbe bastata la mia parola e che, come poi è successo, una volta uscito dal negozio l'avrei trovato ad aspettarmi pronto a verificare che l'avessi mantenuta, ho preferito non correre rischi. Metti che in un eccesso di zelo, che poi non ha avuto, decidesse di aprire la confezione per controllare il prodotto. Mi avrebbe trovato con le mani nella marmellata del mio vizietto decisamente illegale. La conseguente perquisizione del mio appartamento di rue du 5 Avril avrebbe potuto far trovare agli agenti il resto della mia collezione. Il nascondiglio è buono per il visitatore occasionale ma non abbastanza per degli agenti addestrati. A quel punto sarei stato condannato a non rivedere più la luce se non dietro le sbarre di una patria galera.
Quando si è invischiati al livello in cui sono invischiato io in un'attività molto illegale la prudenza non è mai troppa. Anche perchè non ci sono in gioco solamente io. Cosa succederebbe a Gustave non lo immagino neanche. O forse sì. Troverebbero il modo di fargli spifferare tutti i nomi dei suoi clienti e dei suoi fornitori. Quelli legati alla sua attività sottobanco. Ma anche alcuni di quelli ufficiali rischierebbero di passare un brutto quarto d'ora e di trovarsi a casa una squadra pronta a mettere tutto a soqquadro alla ricerca di qualcosa di anche lontanamente illegale.
Oggi sono tornato a farmi cambiare l'hard disk esterno comunicando a Gustave che quello che mi aveva venduto ieri era malfunzionante. La verità è che non ho neanche provato a farlo funzionare e lui lo sa benissimo. Mi sono limitato ad aprire la scatola per le apparenze. Ho accuratamente evitato la parola "vorrei" e adesso sono nel sicuro, spero, del mio alloggio, pronto ad aprire la confezione con la stessa bramosia di un bambino la mattina di Natale. Dentro non c'è un hard disk esterno.
Le sensazioni di quando me lo trovo tra le mani sono indescrivibili. Prima lo sfioro e lo tocco in ogni suo centimetro quadrato. Poi lo annuso sperando di cogliere quell'odore caratteristico che spesso negli esemplari che riesco a recuperare è portato via dal tempo. Lo guardo da ogni angolo e poi lo apro e lo sfoglio, ascoltando il dolce fruscio delle sue pagine. Gustave vende libri sottobanco. Fra le mani ho una brutta edizione francese di Per chi suona la campana.
Sono ormai cinque anni che è severamente vietato il possesso, il commercio o la stampa dei libri. La stessa cosa vale per i giornali e le riviste. All'inizio la posero come una questione ambientale. Abbattere alberi per produrre carta è immorale, dissero. E quella riciclata deve servire a scopi più nobili come la carta da pacchi, i quaderni per scuola, la carta igenica, aggiunsero. Già da prima la maggior parte della gente non leggeva. Molti altri smisero. E allora iniziarono a chiudere le biblioteche. Sono inutili enti succhiasoldi, affermarono. Da lì al rendere libri e giornali illegali il passo fu breve. In commercio esistono libri in versione digitale. Ma è il Ministero dell'Informazione a decidere cosa può e cosa non può essere pubblicato. Il che vuol dire quasi niente in generale ed assolutamente niente che si possa definire letteratura in particolare. Leggere è una perdita di tempo, dicono. Una perdita di tempo rivoluzionaria, dico io.
_____________________________________________
1 Ministero del Commercio e del Progresso Economico

30 giugno 2011

Dentro la mia testa

Mi sveglio di soprassalto ed il bianco abbagliante della stanza entra nei miei occhi come una lama affilata. Mi sento spaesato ed il colore piatto che arriva da ogni lato, come se volesse prendermi d'assedio, mi dà la sensazione, per assurdo, di brancolare nel buio. Gradualmente gli occhi si abituano alla luce e un senso di familiarità prende il posto dello straniamento. Gli anonimi muri bianchi, senza finestre, illuminati da una luce al neon che sembra non produrre ombre, i mobili bianchi ed il letto con lenzuola bianche sono le parti costitutive della mia camera.
Controllo la sveglia, anch'essa bianca. Segna dieci minuti alle sei. Mi chiedo cosa mi abbia svegliato e la risposta arriva immediatamente sotto forma di colpi sordi e ripetuti. Qualcuno sta bussando violentemente alla porta. L'evento è inusuale, a dir poco, ma le mie capacità di ragionare sono notevolmente ridotte dall'essere stato svegliato improvvisamente e così presto. Come un automa, mi dirigo alla porta e senza alcuna precauzione faccio per aprire. Nello stesso istante un flash-back attraversa il mio cervello. Vedo me stesso in un corteo composto da poche persone. Vedo i cartelli con gli slogan. Vedo i fumogeni e la carica della polizia. Vedo la mia fuga. In una frazione di secondo capisco quello che è successo e chi c'è dietro la porta, ma è troppo tardi. Ho già aperto uno spiraglio e in un batter d'occhio la porta si spalanca e mi ritrovo a terra travolto da tre uomini che mi immobilizzano.
Ho sbattuto la testa violentemente, ma non perdo i sensi e riesco a sentire uno dei tre agenti dire:
- In ossequio al comma secondo della legge marziale numero novantaquattro del 2 Marzo 2017, la dichiaro in arresto per attività rivoluzionaria. Considerate le prove incontrovertibili a suo carico la condurremo immediatamente in tribunale per la lettura della sentenza.
Un senso di nausea si impadronisce di me mentre vengo ammanettato, alzato di peso e trascinato fuori dalla porta.
Nella tromba delle scale c'è la stessa luce piatta del mio appartamento, i muri sono dipinti con la stessa vernice bianca e gli appartamenti si distinguono l'uno dall'altro solamente grazie ad un piccolo numero nero al centro di ciascuna porta. Uscito dal palazzo sono accolto dalla luce rossa dei lampeggianti della camionetta della polizia e dal cielo grigio che scarica una sottile ma incessante pioggerella. L'esistenza di altri colori mi rincuora. Il mio palazzo è un parallelepipedo di cemento grigio di otto piani del tutto identico a l'altra decina di palazzi che riempiono la strada. Il panorama non cambia significativamente durante il tragitto verso il tribunale e, pur non potendo vedere attraverso i muri, m'immagino decine di migliaia di stanze bianche come la mia, con gli stessi mobili e la stessa illuminazione al neon.
Il tribunale si trova sul colle più alto della città, come per dominarla, forte della sua imponenza neoclassica. Doppia fila di colonne ed imponente cupola. Il tutto rigorosamene bianco accecante. La camionetta si ferma davanti ad una delle innumerevoli entrate secondarie e io vengo fatto scendere. Il mio ingresso viene registrato tramite una scansione del codice a barre presente sul mio polso. L'ufficiale di guardia comunica ai tre agenti che mi accompagnano il numero di pratica che mi riguarda e l'aula dove devo presenziare alla lettura della sentenza. Mi rendo conto che le mie percezioni sono attenuate. Percorro gli ampi corridoi di marmo come se stessi fluttuando e senza provare alcun tipo di emozione. Il non avere alcuno scampo mi ha reso distaccato, come se il mio destino non mi appartenesse più.
L'attesa davanti all'aula è breve. Nel giro di qualche secondo esce un primo condannato, urlante e piangente, trascinato a forza dai suoi tre agenti del tutto uguali a quelli assegnati a me. Subito ne entra nell'aula un altro, ma dopo un paio di minuti è già fuori, scortato verso la medesima direzione di quello che l'ha preceduto. Adesso è il mio turno.
La stanza mi dà l'impressione di essere enorme, forse perchè completamente spoglia, fatta eccezione per il banco rialzato del giudice e due paletti di legno all'altezza dei quali mi fanno fermare. Il giudice è un ragazzo che dimostra meno anni di me. Il suo sguardo non si alza neanche dallo schermo dove legge le sentenze.
- Pratica numero tre sette due uno cinque barra quattro.
Poi il giudice pronuncia il mio nome. Gli agenti mi intimano di confermare la mia identità e prontamente lo faccio.
- Il chip per il controllo dell'attività cerebrale durante il sonno impiantato nell'accusato ha rilevato attività anomale. Nei tracciati di questa notte tra le ore quattro e le ore quattro e trenta i valori statistici hanno superato la soglia prestabilita. Pertanto, in base al secondo comma della legge marziale numero novantaquattro che regola le azioni svolte durante i sogni, dichiaro l'imputato colpevole di attività rivoluzionaria. Come stabilito dalla suddetta legge, lo condanno, per volere dello stato sovrano, ad anni dieci di detenzione con effetto immediato.

3 giugno 2011

L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Era un fresco sabato mattina di inizio primavera ed una leggera brezza muoveva le foglie dei tigli di viale Mazzini. Da buon abitudinario passeggiavo lungo il solito percorso, con il giornale sotto il braccio destro ed il bastone nella mano sinistra. Raggiunto l'incrocio con corso Italia mi fermai, come ogni sabato di ogni settimana, al negozio di cappelli di Ettore, un caro amico di famiglia.
Il consueto suono della campanella accompagnò come ogni volta il mio ingresso nel negozio.
- Buon giorno Giovanni.
Come ogni sabato mattina la voce di Ettore era squillante.
- Ciao Ettore, come sono andati gli affari questa settimana?
- Eh, lo sai. Con la crisi i cappelli non si vendono più come il pane. E a te come vanno le cose?
- Al solito.
- E tua moglie? Sta bene?
Prima che riuscissi a rispondere gli occhi mi caddero su un cappello esposto in bella mostra su un piedistallo. Era un cilindro di ottima fattura, con delle rifiniture inusuali ma eleganti. Lo presi in mano e mi misi ad osservarlo centimetro per centimetro. Mentre ero indaffarato in questa operazione, Ettore mi disse:
- Bello, vero? E' un esemplare tedesco del diciannovesimo secolo. Originale. Confezionato da un famoso cappellaio della Turingia.
Indipendentemente da quanto potesse costare, sapevo che quel cappello doveva essere mio. Fu amore a prima vista.
- A quanto lo vendi?
- Non è in vendita. E' un pezzo da collezione che ho deciso di tenere in esposizione.
- Come non è in vendita, Ettore? Io devo avere questo cappello.
Ettore rimase in silenzio per qualche secono, poi con un tono di voce inusualmente basso disse:
- Forse un compromesso potremmo trovarlo.

Rientrai in casa in tempo per l'ora di pranzo. Non appena chiusi la porta dietro di me, chiamai mia moglie.
- Cara. Corri a vedere che cappello ho preso da Ettore. Non era neanche in vendita, ma alla fine siamo giunti ad un compromesso che non esiterei a chiamare un affare.


vedi anche qui

14 febbraio 2011

Amore, morte ed altri disastri

Segue da qui.



E' mattina. Pierluigi ha appena finito di fare colazione e sta, di nuovo, rigovernando. Mentre sta asciugando la tazza suona il campanello. Pierluigi va verso la porta ed alza la cornetta.

- Chi è?

Nessuna risposta. Guarda nello spioncino e, dopo essersi ritratto, rimane per un secondo pensieroso. Poi apre la porta. La Morte entra in casa con la falce d'ordinanza nella mano sinistra ed un giornale sotto l'altro braccio.

- Vedo che finalmente hai preso a cuore le sorti delle mie stoviglie.

Pierluigi nota il giornale.

- E anche quelle della politica italiana. E' il giornale di oggi?

- No è quello di domani.

Pierluigi ride come se quella della Morte fosse una battuta, ma nota il suo sguardo estremamente cupo e sofferente. Il giornale è effettivamente quello di domani.

- Che succede?

- Ho fatto un errore. Una cosa imperdonabile. Non era mai successo dall'inizio dei tempi. Non so cosa mi sia accaduto. Dove avevo la testa?

- Di che stai parlando?

La Morte apre il giornale e lo porge a Pierluigi, che legge ad alta voce.

-Incidente in montagna, muore omonimo del premier. Ironizzava sul suo nome ed era di sinistra.

Pierluigi guarda la Morte e poi guarda di nuovo il giornale.

- Vuoi dire che hai sbagliato a leggere sul tuo libro dei morti?

- Peggio. Molto peggio. Ho fatto morire la persona sbagliata.

Pierluigi rimane senza parole e così la Morte.

- Ma...

Si ferma a pensare prima di proseguire.

- E' per colpa mia? Per quello che è successo ieri sera? Per il bacio?

- Non dire sciocchezze.

Ma il tono della sua voce non è sprezzante come al solito. E' incerto.

- Ok.

Pierluigi fa una pausa.

- Però c'è un'altra cosa. Ci ho pensato stanotte. Sai, non sono riuscito a dormire. Passato l'entusiasmo per aver vinto un'altra volta una partita a scacchi con te, ho riflettuto. Proprio ieri sera mi hai detto che non si sconfigge due volte la Morte?

- Già.

- Già. Poi non sono neanche un gran giocatore di scacchi.

- Puoi dirlo forte.

Pierluigi sorride. E sorride anche la Morte. Pierluigi si avvicina di nuovo, ma lei lo ferma frapponendo la falce. Lui però la sposta, la prende per la vita e la bacia di nuovo.

- E adesso che succede?

- Adesso il Silvio Berlusconi che non era destinato a morire è morto e quello che era destiato a morire non è morto e vivrà per sempre.

Pierluigi apre le braccia sconsolato.

- Per sempre? Un incubo. Lo sapevo che sarebbe andata a finire così.

Poi fissa negli occhi la Morte.

- Comunque io intendevo chiedere cosa succede a noi.

E la Morte fissa negli occhi Pierluigi.

- Dipende da te. Cosa vuoi che succeda?

I due continuano a fissarsi negli occhi per un tempo indecifrabile. Alla fine Pierluigi fa un gesto di assenso con la testa.

And it was clear he couldn't go on
Then the door was open and the wind appeared
The candles blew then disappeared
The curtains flew then she appeared saying "Don't be afraid"
Come on baby...and he had no fear
And he ran to her...then they started to fly
They looked backward and said goodby...he had become like they are
He had taken her hand...he had become like they are
Come on baby...don't fear the reaper

Amore e Morte

Segue da qui.



La partita prosegue nel più assoluto silenzio per decine e decine di minuti. Pierluigi è estremamente concentrato sul gioco e distoglie raramente gli occhi dalla scacchiera. La Morte sembra turbata e guarda più intensamente Pierluigi della scacchiera. Pochi pezzi sono rimasti in gioco e la partita non è più a senso unico come sembrava all'inizio. Mentre la partita prosegue, la notte si fa più fonda e l'atmosfera diventa sempre più ovattata. Gli unici suoni sono quelli dei pezzi che vengono mossi sulla scacchiera. Dalla strada un silenzio irreale. La situazione non sembra sbloccarsi per altri interminabili minuti finchè la regina bianca non si trova in posizione di dare scacco al re nero. 

- Scacco matto.

Pierluigi si abbandona sullo schienale della sedia, alza un pugno al cielo e si lascia andare ad un sorriso di vittoria. La Morte sembra rinfrancata.

- Com'è che quando conta vinco sempre io?

Pierluigi si avvicina alla Morte e con una mano le accarezza il volto. La Morte spiazzata dal gesto si lascia sfuggire la falce dalla mano che casca per terra con un gran fragore. Pierluigi fa un balzo, come per schivarla.

- Mi vuoi tagliare un braccio?

La Morte sembra pietrificata e non apre bocca. Pierluigi si alza per raccogliere la falce, ma allo steso tempo anche la Morte si alza per lo stesso motivo. I due si trovano, in piedi, uno di fronte all'altra. Pierluigi fa un passo verso la Morte, le abbassa il cappuccio dalla testa e la accarezza di nuovo sul volto. I due sono ad un palmo di distanza, ma Pierluigi si avvicina ulteriormente fino a baciare dolcemente la Morte sulle labbra. La Morte ha gli occhi chiusi e quando li riapre ci si può vedere dentro smarrimento. Poi la sua espressione diventa rabbiosa. La Morte spinge via Pierluigi che cade per terra. La Morte recupera la sua falce e batte il manico sul pavimento. Questo gesto fa apparire sul tavolo un vecchio e voluminoso libro nero. La Morte lo apre.

- Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 Settembre 1936, morirà il 22 Gennaio 2011 per le lesioni successive ad una caduta incidentale.

- Ma è domani.

La Morte batte nuovamente il manico della falce sul pavimento e scompare dalla vista di Pierluigi.

- Mezza Italia verrà processata per omicidio colposo per tutti gli accidenti che gli ha mandato.

TO BE CONTINUED HERE

Non aver paura dell'oscura mietritrice

E' sera ed il buio è già sceso sulla città. Pierluigi ha finito da poco di mangiare ed è in cucina a lavare i piatti illuminato dalla luce artificiale di una lampadina.
D'improvviso si sente la finestra sbattere violentemente. Pierluigi sta asciugando un bicchiere e lo lascia cadere per lo spavento. Il bicchiere va in frantumi per terra. Pierluigi si volta di scatto verso la finestra. E' spalancata. Poi il suo sguardo si muove verso il tavolo dove, seduta, c'è una figura incappucciata vestita con un pesante mantello nero. Nella mano sinistra ha una imponente falce. Pierluigi non sembra stupito.

- Ciao. Qualche volta, tanto per cambiare, potresti anche concederti un'entrata un po' meno teatrale. Se non per me, fallo almeno per i miei bicchieri. Altrimenti inizio a pensare che ti sia messa d'accordo con quelli dell'IKEA.

La Morte volge lo sguardo verso Pierluigi e rivela il volto affascinante di una giovane ragazza dagli occhi scuri e profondi. Lunghi capelli neri si intravedono sotto il cappuccio. Il viso è pallido. La Morte sorride a Pierluigi.

- Facciamo una delle nostre partitine amichevoli?

- Raccolgo i cocci, finisco di rigovernare e poi sono da te.

Pierluigi prende la scopa e la cassetta, raccoglie i frammenti di vetro e li getta nella spazzatura.

- Mentre finisco qui potresti preparare il caffè.

- Mi hai preso per la governante?

Malgrado la risposta sprezzante, la Morte sia alza con la falce ben salda nella mano sinistra e si avvicina ai fornelli. Si muove con familiarità nella cucina di Pierluigi sapendo esattamente dove cercare la caffettiera ed il caffè. I movimenti sono impacciati dal fatto di poter usare solo la mano destra.

- Devi necessariamente portarti dietro codesta falce ogni cosa che fai? Non la puoi appoggiare un secondo?

- Direi proprio di no. Fa parte dell'iconografia.

La morte tenta invano di aprire la macchinetta del caffè con una mano sola. Pierluigi nota gli sforzi della Morte.

- E' meglio se lasci fare a me.

Pierluigi prende la caffettiera dalle mani della Morte.

- Entri dalle finestre. Appari, sparisci e diavolerie varie. Visto che c'eri potevi anche dotarti del superpotere di aprire le macchinette del caffè con una mano sola.

La Morte manda a Pierluigi uno sguardo al vetriolo, ma poi lascia fare a lui e torna a sedersi. Pierluigi mette il caffè nella macchinetta e la mette sul fuoco poi torna a rigovernare.

- Allora, com'è andata la settimana?

- Ah le solite cose. Soprattutto infarti, ma c'è stato un uomo in Brasile....

La Morte rivolge lo sguardo verso Pierluigi.

- Mi stai prendendo per il culo?

Pierluigi non risponde, ma si volta verso di lei sorridendo. La Morte scuote la testa. Lui nel frattempo ha finito di rigovernare ed apre la dispensa dove fra la pasta, il sale e le patate c'è una scacchiera. Porta la scacchiera sul tavolo e tira fuori i pezzi. I neri alla Morte. I bianchi a lui.

- Nessuno ti ha insegnato che non si scherza con la Morte?
- Suvvia, non ti mettere a fare la permalosa.

Entrambi dispongono meticolosamente i propri pezzi sulla scacchiera. La Morte muove il primo pedone. Poi tocca a Pierluigi.

- E comunque non mi torna questa storia dell'iconografia. La morte non dovrebbe apparire come qualcosa di spaventoso? L'iconografia non dice che dovresti essere uno scheletro o roba del genere? Com'è che sei così bella?

La Morte alza lo sguardo dalla scacchiera verso Pierluigi. Come sempre sembra imperturbabile.

- Il mio aspetto non fa parte dell'iconografia e poi varia da cultura a cultura. Per gli antichi greci Thanatos, il dio della morte, era un giovane fanciullo alato. Poi c'è l'angelo della morte nelle religioni abramitiche e via dicendo. In ogni caso la morte è un concetto. Quella che vedi davanti a te è la personificazione di quel concetto. Io appaio in modo diverso agli occhi di persone diverse. Il mio aspetto riflette lo stato d'animo di chi mi sta davanti nei confronti del concetto che rappresento. La maggior parte delle persone con cui ho a che fare ha paura della morte e quindi ai loro occhi ho l'aspetto di uno scheletro. Chi ha terrore della morte mi vede come qualcosa di ancora più spaventoso. Tu hai imparato a conoscermi e a non aver paura di me. Ci concediamo una partita a scacchi quasi tutte le settimane da qualche mese a questa parte, da quando ti ho concesso di giocare per aver salva la tua vita.

- In effetti avevo l'impressione che col passare del tempo ti facessi sempre più bella. Ma credevo che il motivo fosse un altro.

- Quale?

- Lascia perdere.

Pierluigi muove un pezzo.

- Ma anche la prima volta avevi un aspetto tutt'altro che terrificante.

- Perchè già allora non avevi paura di quello che rappresento. Eri pronto ad affrontare il tuo destino. Quell'atteggiamento ti fece mantenere una freddezza sufficiente per poter vincere la partita.

La Morte muove un'altro pezzo.

- Ma come funziona? La partita a scacchi è concessa a tutti? Sarebbe un compito piuttosto impegnativo.

- Non è concessa a tutti in effetti. Ma non sono io a decidere. E' tutto scritto nel libro, lo sai. Chi muore, quando e come. In più, in alcuni rari casi, c'è una postilla che dice che la persona in questione ha la possibilità di giocarsi la vita a scacchi.

Pierluigi muove ancora un pezzo.

- Visto che siamo in tema di rivelazioni.

Pierluigi fa una pausa. Guarda la Morte con un sorrisino ironico.

- Sotto il mantello niente?

La Morte fulmina Pierluigi con lo sguardo ed agita la falce. Pierluigi per risposta si porta due dita alla bocca come per chiudersela con una cerniera. La partita a scacchi procede in silenzio per qualche minuto. Poi Pierluigi interrompe il silenzio malgrado il gesto di promessa.

- Stavo pensando.

Pierluigi interrompe di nuovo il suo discorso sul nascere. Poi riprende.

- Sul tuo libro ci sono i nomi di tutte le persone con relativa data e causa della morte, no?

La Morte fissa Pierluigi come a scrutare attraverso i suoi occhi il punto in cui il suo discorso vuole andare a concludersi, ma non si degna di rispondere alla domanda retorica.

- So che non sei molto interessata alle vicende politiche italiane, nè alle vicende politiche in generale, ma come ti ho già spiegato altre volte, abbiamo il peggior presidente del consiglio che un paese come il nostro possa avere. Un personaggio che sta distruggendo quel poco di etica pubblica che c'era rimasta.

La Morte muove un pezzo e poi guarda Pierluigi con uno sguardo di insofferenza.

- Se sai già che non sono interessata perchè me ne parli? Arriva al punto prima che mi spazientisca definitivamente.

- Vabbè, volevo solamente sapere se mi potessi lasciar dare una sbirciatina nel tuo libro per vedere quando giungerà la sua ora, perchè l'impressione è che si debba sopportarlo ancora per un tempo indefinito.

La Morte scuote la testa.

- Non se ne parla neanche.

- Certo che potresti anche essere un po' più flessibile. Fallo in nome della nostra amicizia. Perchè ormai possiamo considerarci amici, no?

La Morte guarda Pierluigi ma non risponde. Pierluigi muove un pezzo.

- Ok. Facciamo così. Se vinco questa partita mi dici quando giungerà la sua ora.

- Sei consapevole che da quando hai vinto la partita per la tua vita hai sempre perso? Per non parlare del fatto che nessuno ha mai sconfitto la Morte due volte. E in ogni caso stai già perdendo.

- Se sei così sicura di vincere non ti costa nulla accettare.

Pierluigi poggia la mano su quella della Morte che fa istintivamente per ritrarla, ma Pierluigi gliela afferra e la stringe.

- Allora affare fatto.

La Morte ritrae la mano e lo guarda con un'espressione spaventata.

- Ma sei impazzito? Hai appena fatto un patto con la Morte.

Pierluigi è spiazzato. Per la prima volta la Morte non ha uno sguardo imperturbabile o di rimprovero.

- Vuol dire che se perdi la partita...

La Morte non riesce a finire la frase ed abbassa il capo.

TO BE CONTINUED HERE

8 febbraio 2011

Messico e nuvole

Sono abitudinario e da quando vivo in questo anonimo paesino messicano trascorro ogni domenica mattina in Plaza 5 de Mayo, alla cantina davanti alla chiesa. Come ogni domenica mattina mi trovo a camminare stancamente sulla polverosa strada di terra rossa che dalla casupola dove abito porta all'incrocio con la Carretera Federal oltre la quale c'è il paese. L'azzurro del cielo è intervallato da alcune nuvole solitarie. La statua, che si trova sopra il tetto dell'officina di Ramon e che sembra una piccola copia del Cristo Redentore di Rio a cui mancasse il braccio destro, mi dà le spalle. Faccio ancora pochi passi ed arrivo all'incrocio. Il señor Arroyo è seduto su una delle sedie verdi di plastica sotto la tettoia di alluminio fuori dal suo negozio di miscelanea, cioè che vende un po' di tutto, a veder passare le macchine. E di macchine non ne passano molte da questa parti e anche adesso non ce n'è una a perdita d'occhio. Attraverso e lo saluto entrando nel negozio che fa anche le veci di ristorante e fermata dell'autobus del paese. Come ogni domenica compro una busta da lettere e come ogni domenica al bancone c'è Maribel, la figlia del señor Arroyo, che mi sorride e mi chiede se almeno questa volta la scriverò a lei la lettera. Le restituisco il sorriso, ma se che non lo farò.
Ogni domenica mattina mi siedo allo stesso tavolino fuori dalla cantina di fronte alla chiesa, ma oggi c'è seduto un tizio che non ho mai visto prima. Lo guardo perplesso e lui risponde con uno sguardo altrettanto perplesso. Desisto dall'idea di chiedergli di alzarsi e di restituirmi il posto e mi metto nel tavolino a fianco. La giornata non è iniziata sotto i migliori auspici. La chiesa è piccola, ma pittoresca. Tipicamente messicana, bianca con decorazioni azzurre. Sul lato sinistro c'è un campanile alto il doppio della chiesa, ma la campana manca, a quanto pare, da un sacco di tempo. Sicuramente da prima che io arrivassi. Dicono che l'abbiano rubata quelli del paese vicino per ripicca e perchè una volta costruita la loro chiesa ed il loro campanile non avevano più soldi per la campana. Il parroco del nostro paese pensa che ci siano modi migliori di spendere i pochi soldi a sua disposizione che in una campana. L'idea di riappropriarsi della propria penso sia ritenuta troppo faticosa per essere messa in pratica dai miei compaesani. Il portone è in realtà un cancelletto di ferro, colorato anche quello di azzurro, con un'improbabile tenda bianca di plastica che toglie quel poco di sacralità rimasta al posto. Delle bandierine bianche, rosse e verdi sono appese a festa dalla facciata della chiesa ai quattro angoli della piazza. Per quel che ne so, sono lì dalla notte dei tempi. Assorto nei miei pensieri non mi accorgo che l'usurpatore di tavolini si è alzato e quando mi sento toccare sulla spalla faccio un balzo sulla sedia. Dopo essersi scusato per aver disturbato, mi chiede se abbia idea di come mai il negozio del barbiere sia chiuso e sprangato. Tutti nel paese sanno che il barbiere è al De-Efe, come chiamano qui la capitale, dalle iniziali di Distrito Federal, per il funerale di una zia. Gli chiedo se è forestiero. Per tutta risposta mi guarda male e si rimette a sedere al suo posto, anzi al mio posto. Forse l'ha turbato il fatto che siano stati il mio accento ed il mio aspetto molto poco messicani a dargli dello straniero. In ogni caso non mi curo di lui ulteriormente e tiro fuori penna e foglio di carta che fermo, per non farmelo portar via dal vento, con una Coronita vuota che suppongo sia sul tavolo almeno dal giorno precedente.
Come ogni domenica le scrivo descrivendo accuratamente la melodia che il vento suona tra i pochi alberi e tra le bandierine e le storie che le forme delle nuvole raccontano e come si evolvono sotto dettatura dell'armonica suonata dal vento stesso. Oggi, inoltre, le racconto di Hector, del suo amore e di come si strugge per Maribel che però non lo degna di uno sguardo. Tutto questo senza che lei abbia la minima idea di come siano fatti Hector e Maribel. O Ramon e padre Pedro, il parroco del paese, e tutto il resto di umanità messicana che popola questo paesino di cui le racconto ogni settimana le vicissitudini. Le scrivo dello sconosciuto in cerca del barbiere. Del funerale gliel'avevo già scritto la settimana scorsa. In teoria in questo paesino sarebbe meno straniera lei del tizio al mio tavolino, ma in realtà non so neanche se le arrivino le lettere che le scrivo.
Quando ho finito la mia lettera, piego il foglio e lo metto nella busta. Poi ordino un succo di frutta e mi godo il colorato spettacolo di tutti gli abitanti del paese che vanno a messa vestiti a festa. Non posso fare a meno di notare che anche lo sconosciuto si alza dal tavolino e si dirige verso l'entrata della chiesa. Mentre chiude la porta della cantina per andare a sentire l'omelia di padre Pedro chiedo a Carmen se abbia idea di chi sia il tizio che ha usurpato il mio posto, ma lei per risposta alza semplicemente le spalle. Come ogni domenica sono l'unica anima viva fuori dalla chiesa a quest'ora. Anche lo spelacchiato cane di Ramon si accuccia davanti alla porta in fondo alla navata centrale. Le due cose che ho fatto più fatica a far accettare di me sono state l'ateismo e l'essere astemio. A dir la verità non sono sicuro che le abbiano del tutto accettate visto che continuano ad offrirmi da bere e raccontarmi dei famosi sermoni di padre Pedro. Il resto delle mie stranezze, prima fra tutte quella di essere arrivato dal nulla e non esser più partito, non hanno causato scalpore alcuno.
Aspetto la fine della messa leggendo un'edizione color panna di Cien Años de Soledad di Garcia-Marquez, comprato tre mesi fa insieme ad una nutrita scorta di altri libri durante l'ultima delle mie rare sortite nella capitale distrettuale che si trova a cinque ore di pullman dal paese. Leggere è una delle mie principali attività. Oltre allo scrivere. Non solo lettere per lei, ma anche racconti e una specie di romanzo autobiografico che nessuno potrà mai leggere, almeno finchè sarò in vita. E curo una sorta di orticello che ho messo su, dietro alla casupola.
Finita la messa, come tutte le domeniche, dal señor Arroyo si svolge un pranzo con tutte le personalità del paese ed io modestamente ne faccio parte, in quanto unico straniero in un paese dove nessun abitante ha mai messo piede fuori dal Messico. Poco prima che finisca la messa richiudo il libro e ritorno verso l'incrocio con la Carretera Federal. Aspetto gli altri al riparo dal sole sotto la tettoia del negozio del señor Arroyo. Oltre a lui ed a me, partecipano solitamente ad i pranzi domenicali: padre Pedro, il sindico Emiliano Gonzalez, il membro più anziano della comunità don Antonio, il barbiere ed infine Juan figlio di Carmen le volte che torna in paese da Acapulco dove studia medicina all'Universidad Autonoma de Guerrero, altrimenti in sostituzione sua madre. Oggi per via del funerale manca il barbiere, ma c'è Juan. Passo un quarto d'ora immerso nei miei pensieri, ma vengo riportato all'attenzione dal vociare sempre più intenso che mi avverte che i commensali stanno arrivando. Juan, con cui non ci vediamo da qualche settimana, mi saluta calorosamente ed inizia subito a raccontarmi delle sue ultime avventure nella grande città. A capotavola don Antonio, in quanto membro anziano, presiede la riunione che in genere viene fatta mentre aspettiamo che la moglie del señor Arroyo finsca di preparare il pranzo. Le bottiglie di mezcal iniziano ad arrivare sul tavolo attorno a cui sediamo su delle panche malferme. A portare le bottiglie è Maribel, che assiste divertita al consiglio cittadino quando non deve aiutare in cucina. Oggi all'ordine del giorno c'è la morte improvvisa e misteriosa di una gallina del pollaio di don Antonio, che ha la tendenza a ritenere di interesse pubblico tutto ciò che succede a casa sua. Il dibattito è intenso, come tutte le domeniche, indipendentemente dall'argomento. Io, per indole, mi trovo decisamente a mio agio in queste discussioni. Nel pieno della zuffa sulla gallina di don Antonio, senza che sia riuscito in pieno a capire quali siano le argomentazioni delle parti contrastanti, mi alzo e chiedo la parola. Come ho spiegato, godo di un certo rispetto nella comunità, malgrado non sia autoctono: Quindi, non dico che tutti facciano subito silenzio, ma almeno la discussione prosegue in modo sufficiente moderato da darmi modo di parlare. Riporto all'asseblea l'incontro che ho avuto poco prima, fuori dalla cantina di Carmen, con lo sconosciuto che cercava il barbiere. Don Antonio ammette di aver visto uno sconosciuto in chiesa rispondente alla mia descrizione e prontamente lo accusa dell'assassinio della sua gallina. La discussione riparte con nuovo furore e viene interrotta solamente dall'arrivo della moglie del señor Arroyo con la zuppa di langostinos. Il pranzo riesce ogni domenica ad appianare le divergenze di opinione. Maribel, la signora Arroyo e Carmen, la cui cantina è più spesso chiusa che aperta, si uniscono alla tavolata. Dopo la zuppa c'è della carne di capra cotta sul fuoco insieme a delle verdure. I complimenti alla cuoca si sprecano e le discussioni di pochi minuti prima sono già dimenticate.
Finito il pranzo consegno la lettera a Juan in modo che la porti con sé ad Acapulco. Le settimane in cui non torna al paese è la madre ad andare da lui e quindi è lei la depositaria della mia lettera. Ad Acapulco Juan consegna la lettera ad un suo amico che lavora su una nave da crociera che tutte le settimane fa la spola tra Acapulco e San Diego. A San Diego la lettera, ipoteticamente, viene francobollata e imbucata. La cosa sorprendente è che questa pratica venga vissuta da tutti come normale, senza che nessuno si chieda come mai non la spedisca direttamente dal negozio del señor Arroyo, dal quale l'autobus giornaliero la porterebbe agli uffici postali della capitale distrettuale. Se la lettera arrivi davvero in Italia, come ho già detto, non lo so. Così come non so se lei nel frattempo abbia cambiato città o semplicemente indirizzo. Considerando che tutto questo percorso è fatto in modo che non si possa risalire al mio luogo di residenza, è evidente come non abbia mai potuto mettere nella lettera un indirizzo al quale rispondermi. Queste incognite che pesano sulla mia corrispondenza non mi frenano da continuare a scriverle. E' l'unico contatto, anche se univoco, che posso avere con lei.
Dopo aver salutato tutta la compagnia, attraverso la deserta Carretera Federal, passo accanto all'officina di Ramon e alla pseudo-statua del Cristo Redentore senza un braccio e sono di nuovo sulla strada di terra rossa verso la mia casupola che dista dal paese una decina di minuti a piedi, di passo svelto. Quando arrivo, invece di rincasare, mi metto un po' sull'amaca sul retro a leggere Garcia-Marquez. Ma dopo poche pagine poso il libro aperto sul petto e fisso le nuvole che si rincorrono nel cielo sopra di me. Il mio pensiero torna di nuovo a lei. Lei che è bella, lo so, è passato del tempo ma io ce l'ho nel sangue ancora e vorrei, sì, io vorrei tornare laggiù da lei ma so che non andrò. Questo è un amore di contrabbando ed è meglio restar disteso qui a guardare il cielo davanti a me.


4 febbraio 2011

Achille vs. Tartaruga

In una radura di un bosco vicino ad Elea tre uomini confabulano in compagnia di una tartaruga.
- Achille, allora siamo d'accordo? Cento dracme che non riesci a raggiungere la tartaruga se gli dai cento piedi di vantaggio.
- Fossi matto, Zenone, a lasciar passare un'occasione così facile per sfilarti cento dracme.
- Il qui presente Melisso di Samo, mio amico, si è offerto di fare da giudice imparziale della gara.
- Benissimo. Metti le cento dracme accanto alla tartaruga così che appena l'avrò raggiunta me le prenderò.
Achille, messosi nel posto prestabilito, si china in posizione di partenza pronto a scattare e ad umiliare Zenone e la tartaruga. Melisso alza il braccio in aria.
- Al mio tre abbasserò il braccio e quello sarà il segnale per la partenza. Uno.
Zenone si avvicina alla tartaruga per spronarla.
- Due.
Achille scalda i muscoli delle gambe.
- Tre.
Melisso abbassa il braccio, ma contemporaneamente alza la gamba e sgambetta Achille che in un lampo era scattato in avanti. L'eroe greco capitombola per terra goffamente. Prima che faccia in tempo a rialzarsi e a saltare addosso a Melisso per la rabbia, Zenone tira fuori una cerbottana e lo bersaglia con dei pallini di carta. Ancora a terra Achille si volta verso Zenone e lo minaccia delle peggiori morti immaginabili, ma Melisso gli si avvicina da dietro e lo prende a calci sul famoso tallone, unico suo punto debole. Achille si contorce dal dolore e Zenone approfitta del parapiglia per prendere in braccio la tartaruga e mettersi nelle tasche le monete.
- Te l'avevo detto che non saresti riuscito a raggiungerla.
Zenone e Melisso se la battono a gambe levate ed Achille resta a terra furente e dolorante.

Cantami o Diva, del Pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti ai cheloni, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme di filosofi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò.

25 gennaio 2011

La famosa invasione degli orsi a New York - Parte seconda

Segue da qui.

All'incrocio con la Ventottesima torna a far capolino l'Empire State Building. Fu Gabriela a farsi avanti quel giorno nella libreria e dopo pochi minuti mi aveva già raccontato la storia della sua vita. Nata e cresciuta a Veracruz in Messico. Laureata in Medicina Veterinaria all'Universidad Nacional Autonoma de Mexico a Città del Messico. Lavorò quattro anni come ricercatrice alla stessa università. Conobbe un newyorkese in vacanza in Messico e nel giro di due mesi convolarono a giuste nozze. Dopo altri sei mesi divorziarono a causa dei tradimenti di lui. In quel periodo tirava avanti facendo la dog-sitter e con gli alimenti dell'ex marito.
La Broadway entra prepotentemente nella Sesta tra la Trentaduesima e la Trentacinquesima dando vita prima a Greeley Square e poi a Herald Square. Siamo nel cuore di Manhattan. L'Empire State Building è distante solo un isolato ad Est sulla Quinta, la strada più costosa al mondo. Abbandonata la Sesta, Broadway si appresta ad incontrare la Settima formando Times Square. Per qualche isolato i negozi di moda e le banche soppiantano i fast food ed i mexican grill. Il resto del nostro tempo passato nella libreria lo spendemmo parlando degli orsi che ci tenevano intrappolati e dell'assurdità della situazione. Ma ogni tanto continuava ad intervallare la conversazione con dettagli della propria vita che in genere non si raccontano ad uno sconosciuto  e di cui non vedevo il legame con il resto del discorso. Della mia vita non chiese nulla ed io essendo riservato non presi l'iniziativa. Solo alla fine mi chiese che lavoro facessi. Ma non sembrò molto interessata ai miei studi sulla criogenia.
Passiamo l'incrocio con le Trentasettesima. Nova Fashion Jewel. High Design Jewelry. Stanley & Son Fine Jewelers. La Quarantaquattresima e l'Algonquin Hotel si avvicinano. Nelle settimane successive ci frequentammo assiduamente con Gabriela. L'amicizia ai tempi della famosa invasione degli orsi a New York. Non c'è stato niente di romantico tra noi e dubito ci sarà in futuro. L'idea di unire le nostre forze per risolvere il problema che stava attanagliando questa città, che ci ospitava ma che entrambi sentivamo abbastanza estranea, venne per caso e non saprei indicare nè il momento esatto nè chi di noi due l'ebbe. Più probabilmente fu un parto congiunto.
Bryant Park arriva subito dopo la Quarantesima. Oltre il parco s'intravede la facciata posteriore della New York Public Library. Il vetro del palazzo all'incrocio con la Quarantaduesima riflette un panorama di grattacieli. Subito accando c'è il Grace Building con la caratteristica facciata concava. Se fossi stato dall'altro lato del furgoncino avrei visto la base della Bank of America Tower, il secondo palazzo più alto di New York. La New York di vetro. Il progetto della bara non ha richiesto molto tempo. Si è trattato di ampliare qualcosa a cui avevo già lavorato. Gabriela è stata un apporto fondamentale per tarare il macchinario alle caratteristiche degli orsi. La città di New York, incredibilmente, o forse non troppo incredibilmente vista la situazione, ha finanziato la realizzazione del prototipo. Realizzazione che è stato il passo più dispendioso in termini di tempo. La nostra estrema fortuna è stata che le leggi di Murphy si sono prese un pausa e per quanto riguarda la parte tecnologica tutto ha sempre funzionato alla perfezione. Ancora oggi utilizziamo il prototipo, unico esemplare costruito. Il soprannome di "bara" è stata un'idea di Arthur, ovviamente. In effetti le sembianze sono quelle.
Svoltiamo a destra sulla Quarantaquattresima. La polizia, ammesso che sia stata chiamata non è ancora arrivata. Barricati dietro una macchina ci sono i dipendenti dell'hotel che smanacciano quando ci vedono arrivare. Arthur abbassa il finestrino. - E' ancora dentro? - chiede. - No stanno giocando a nascondino. - gli rispondo io. Arthur si gira verso di me e mi lancia un'occhiataccia. Il concierge dice che quando sono scappati l'orso era dentro la sala delle conferenze. Facciamo manovra in modo da avere il culo del furgoncino davanti all'ingresso dell'hotel. Scendiamo. Arthur apre il portellone posteriore ed io quello laterale. Prendo lo zaino per Gabriela, le protezioni in gommapiuma ed i caschi. Poi vado da Arthur e l'aiuto a far scendere la bara dal furgoncino. La bara ha le ruote e il furgoncino una rampa per farla scendere, qunidi la manovra non è troppo complicata. Indossiamo le protezioni, poi aiuto Gabriela ad indossare lo zaino. Infine ci mettiamo i caschi. Siamo pronti all'azione. Arthur spalanca le porte dell'hotel ed entra nella hall. Io lo seguo e Gabriela entra dietro di me. Analizziamo la situazione intorno a noi. Nessuna traccia dell'orso. Torniamo fuori e spingiamo la bara attraverso le porte dell'hotel. Prendo in mano il telecomando. Avanziamo, sempre in modo circospetto, verso la sala delle conferenze che si trova alla nostra destra. Le porte sono chiuse, ma si sentono rumori provenire dall'interno. Probabilmente i dipendenti hanno cercato di chiudere l'orso dentro. Ci riuniamo brevemente per decidere la tattica. Confabuliamo sottovoce come se ci fosse un nemico in ascolto, poi ci posizioniamo. Io prendo la maniglia della porta. Dietro di me Arthur che deve entrare per primo, localizzare l'orso e cercare di distrarlo. Poi è il turno di Gabriela che estrae dallo zaino il distributore ad alta pressione di gas tranquillante. Arthur conta fino a tre ed io apro la porta. I nostri meccanismi sono ormai oliati alla perfezione e in una manciata di secondi l'orso, che è di taglia piuttosto piccola, viene individuato e inondato di tranqullante. La mira di Gabriela è perfetta. L'orso a questo punto si muove lentamente e vacilla. Portiamo dentro la bara che viene sistemata al centro della sala. La apro immediatamente, premendo il pulsante verde sul telecomando. Un aroma di miele e salmone si espande per tutta la stanza. L'orso, stordito dal tranquillante, è convinto di essere in paradiso e si avvicina alla bara. A questo punto arriva il momento più delicato per me. Devo premere il pulsante rosso di chiusura quando l'orso è completamente all'interno ed è sufficientemente fermo, altrimenti rischio di ferirlo e di danneggiare la bara. Una volta premuto il pulsante, la bara si chiude istantaneamente e l'orso viene criogenizzato.
Compiuto il nostro lavoro, spingiamo la macchina criogeniaorsi fuori dall'hotel ed Arthur esultante si presenta davanti ai dipendenti dell'hotel gridando - Venimmo, vedemmo e in un sol colpo lo criogenizammo - e consegna il preventivo di spesa al concierge. A questo punto, dopo aver messo la bara sul furgoncino con grande fatica, abbiamo due ore di tempo per portare l'orso, scortati dalla polizia che nel frattempo è arrivata, al centro di gestione dell'emergenza orsi al Liberty State Park a Jersey City perchè possa essere scongelato senza conseguenze per la sua salute. Verrà preso in consegna dai Rangers e dai veterinari che gestiscono l'emergenza. Se non è un recidivo, verrà marchiato. Se lo è verrà registrato il marchio apposto dopo la prima cattura e poi effettueranno tutte le procedure burocratiche per decidere dove, come e quando liberarlo. Ma questo non rientra nei nostri compiti. Noi potremmo gustarci il meritato riposo. Almeno fino alla prossima chiamata.

24 gennaio 2011

La famosa invasione degli orsi a New York - Parte prima

La chiamata dall'Algonquin Hotel arriva di primissima mattina. E' già la seconda nell'ultimo mese che ci fanno. Saliamo sul furgoncino e come al solito Arthur si mette alla guida. Ancora non siamo riusciti a convincerlo di quanto sia ridicolo ad andare in giro vestito da Giubba Rossa. Almeno è veramente canadese. E' convinto che gli doni autorevolezza. Io come al solito mi siedo nel posto a destra, al finestrino. In mezzo a noi Gabriela, la nostra veterinaria messicana. Partiamo a sirene spiegate. Sirene che, fra l'altro, utilizziamo abusivamente. Probabilmente chiudono un occhio per il servizio che offriamo alla comunità. Servizio ben retribuito, ovviamente. Nessuno di noi è un benefattore.
Franklin Street è un imbuto. Troppo stretta perchè le macchine davanti a noi abbiano lo spazio per accostare e farci passare. Non abbiamo veramente fretta. Solo che a nessuno piace rimanere imbottigliato nel traffico. Finalmente imbocchiamo la Sesta sgommando, anche se Arthur rischia di investire una ragazzina che sta attraversando la strada. - Hai una guida molto italiana Arthur, lo sai? - gli dico. - Ma anche messicana. - aggiunge Gabriela. Col naso attaccato al finestino vedrò sfilare via mezza Manhattan. Non mi sembra di esagerare se dico che la parte che preferisco di questo lavoro sono i tragitti che ogni volta ci portano dalla nostra base alla nostra diversa destinazione.
Il Grand Hotel Tribeca si affaccia per primo al mio finestino. Poi, tra Lispenard e West Broadway, Pepolino il ristorante toscano di Patrizio che fa una Ribollita che quando la mangio mi sembra di essere tornato a Firenze. Poi passiamo un palazzo spoglio in costruzione, con delle reti a proteggere l'ultimo piano che nella mia testa sembrano il tetto di una pagoda e gli danno sembianze orientali. Il nostro primo intervento, ormai più di sei mesi fa, fu in un ristorante cinese a Brooklyn. Un disastro totale. Jim, il ragazzone del Nebraska che era con me e Gabriela all'inizio, si ruppe un braccio e ovviamente non ne volle sapere più di orsi. In seguito reclutammo Arthur e malgrado la sua fissa per le uniformi è ancora con noi.
Passato l'incrocio con la Houston, sorpassiamo una betoniera completamente bianca. Alla guida una bionda piuttosto attraente. Rimango sorpreso ed anche lei sembra avere la stessa espressione. Forse perchè è appena stata superata da un furgoncino completamente nero eccetto per lo stemma di un orso dentro un segnale di divieto e guidato da una Giubba Rossa. Passiamo col rosso al semaforo dell'incrocio con Minetta Lane grazie alla nostra sirena. Non si può dire che ami incredibilmente vivere a New York, ma Greenwich Village è una delle zone che preferisco. Nel frattempo l'Empire State Building fa capolino in lontananza tra i palazzi davanti a noi. L'idea della sirena fu di Arthur ovviamente. Gabriela ne fu da subito entusiasta. Io cercai insistentemente di dissuaderli. Mi sembrava un inutile pretesto per farci arrestare. Ma non è ancora successo. Evidentemente anche a New York se hai successo puoi permetterti questo tipo di stravaganze.
In genere non c'è molta conversazione tra di noi quando siamo in missione. Nè io nè Arthur siamo dei gran chiaccheroni e Gabriela dopo tutti questi mesi soffre ancora la tensione, almeno fino all'arrivo a destinazione. Io sono sempre stato uno piuttosto freddo di carattere. Mi focalizzo sulle insegne dei negozi che scorrono davanti ai miei occhi. Gray's Papaya. Qdoba Mexican Grill. Bagel Buffet. Lifethyme Natural Market. - Qdoba non mi sembra un nome messicano, o sbaglio? - chiedo a Gabriela. Mi guarda come se fossi un marziano verde con tanto di antenne appena sceso sulla terra. Vedo la Jefferson Market Library scorrere fuori dal finestrino di Arthur, poi i miei occhi tornano a guardare fuori dal mio, visto che da Gabriela non avrò risposta. Come sia iniziata, ormai più di un anno fa, questa famosa invasione degli orsi a New York, nessuno sembra saperlo. Ugualmente avvolta nel mistero è la loro provenienza. Da dove vengono tutti questi orsi? Probabilmente non dal New Jersey. E continuano ad arrivare a gettito continuo. Riceviamo almeno due o tre segnalazioni a settimana. Non ho idea di quante ne riceva la polizia. Ogni tanto c'è chi se ne ritrova uno nel giardino di casa e lo abbatte a fucilate. Poi si ritrova gli animalisti nel giardino di casa, ma per fortuna nessun animalista è stato abbattuto a fucilate per ora.
Passiamo davanti ad un Chipotle Mexican Grill. - Chipotle suona molto più messicano - dico ad alta voce, senza neanche voltarmi verso Gabriela. Siamo all'incrocio con la Quattordicesima, nel pieno del traffico di Manhattan. Arthur cerca di farsi strada zigzagando tra le quattro corsie in mezzo ad un fiume giallo di taxi. Non facciamo niente per passare inosservati. Anche all'inizio non passavamo inosservati. Quando ancora avevamo uno scassatissimo pick-up. Era un po' limitante perchè, avendo il cassone scoperto, potevamo muoverci solo quando eravamo sicuri che non piovesse. "La bara", come tutti gli apparecchi elettronici, è particolarmente sensibile all'umido. Ci abbandonò contro un albero sulla Centoventinovesima. Eravamo di ritorno da una chiamata all'Harlem Hospital Center. Non posso negare che Arthur ebbe la sua parte nello spiacevole incidente e non fu un'autonoma decisione del pick-up di andare ad abbracciare l'albero. Per fortuna nessuno di noi si fece male e soprattutto "la bara" non rimase danneggiata nè il suo ospite si accorse di niente.
All'incrocio con la Ventesima, davanti al Limelight, un mercato che un tempo era un club costruito all'interno di una chiesa sconsacrata, Arthur rischia di investire un sosia di Unabomber, o almeno un sosia del suo famoso identikit. Per fortuna al tempo dell'incidente avevamo già messo da parte abbastanza soldi da poterci permettere di comprare un mezzo alternativo. Nuovo addirittura. Lo stemma è una novità del mese scorso. Un'idea di Arthur, ovviamente.
Starbucks. McDonald's. Red Mango. Chickpea. Dopo l'incrocio con la Ventireesima Manhattan diventa sempre di più quello che ci si aspetta da Manhattan. Passiamo davanti ad un parcheggio pubblico con cinque file di auto incastrate come in un tetris. Mi sono sempre chiesto come fa il parcheggiatore se arriva il proprieterio di una macchina nell'ultima fila. Sposta le quattro macchine che ci sono davanti? Oppure quando arrivi ti prendi una delle macchine parcheggiate nella prima fila e non importa se non è la tua? Conobbi Gabriela un sabato mattina da Barnes & Noble, quello tra l'Ottantaduesima e Broadway. In quel periodo abitavo in quella zona. Non molto distante dalla Columbia University dove avevo una posizione di Post-Doc al dipartimento di Fisica e Matematica Applicata. Fu uno dei primi attacchi degli orsi. Due invasero per diverse ore e distrussero completamente il pianterreno della libreria. Io, lei e un'altra decina di persone rimanemmo bloccati al piano di sopra. All'inizio la polizia era totalmente incapace di affrontare il problema. Dopo aver abbattuto il primo arrivato a Central Park ci fu una rivolta dell'opinione pubblica. Gli uomini della polizia non avevano a disposizione nè i mezzi nè l'esperienza per catturare gli orsi. L'aiuto dei dipendenti degli zoo cittadini fu praticamente inutile. Per due settimane la città fu praticamente in mano agli orsi. Poi furono reclutate decine e decine di Rangers dai parchi nazionali di tutto il paese e la situazione tornò sotto controllo.

continua qui...

7 novembre 2010

Foglie

La luce del mattino* esaltava tutte le sfumature di arancione dei tre alberi che sorgevano intorno all'antenna parabolica in disuso. Fu l'autunnale tappeto di foglie ai loro piedi che mi fece saltare alla mente il dubbio per la prima volta. Chissà quanta gente ci vuole per raccogliere tutte le foglie del mondo. E quanto impegno per ridipingerle tutte di verde in tempo per la primavera. E che maestria nel riattaccarle tutte senza che nessuno se ne accorga.




* finzione letterara

10 ottobre 2010

Buio

La quarta guerra mondiale è finita ormai da un paio di anni. Dopo la fredda e asettica terza guerra mondiale, combattuta a distanza, in un braccio di ferro tecnologico ed economico tra le più grandi potenze mondiali, la quarta è stata un ritorno ai vecchi standard. Una guerra di trincea combattuta tra poveri, con milioni e milioni di morti. La prima guerra dopo la fine del petrolio. Combattuta lontano dalla nostra vecchia Europa, è stata il colpo di grazia per un mondo già sull'orlo del declino. Un disperato e folle canto del cigno delle nazioni che basavano la loro ricchezza sull'oro nero. Un enorme spreco di vite umane e di risorse, che già scarseggiavano prima dell'inizio della guerra.
Il nucleare e le energie alternative si sono rivelati da subito insufficienti per contrastare la fine del petrolio. La corsa verso il progresso si è arrestata contro un muro e l'uomo sembra destinato ad un precipizio che lo porta verso un nuovo medioevo. L'elettricità, da bene alla portata di tutti, è diventata un enorme lusso. Enormi cimiteri di ruggine ed elettrodomestici circondano le periferie di ogni città. La ricchezza si misura in candele e cerini. Le pile sono molto rare e molto preziose.
Noi due siamo fortunati perchè ne abbiamo una scorta. Lo siamo ancora di più perchè possediamo un vecchio mangianastri a pile che apparteneva a tuo nonno e che, malgrado sia stato decine di anni a prendere la polvere (il mangianastri non il nonno), funziona ancora. E allora, quando cala il sole e la disperazione attanaglia tutte le città che un tempo erano considerate industrializzate, noi mettiamo in questo apparecchio del secolo scorso delle cassette con musica del secolo scorso. E questa musica ci infonde speranza e voglia di vivere. E questo mondo ci sembra un posto un po' migliore anche se stiamo semplicemente ballando nel buio.

29 luglio 2010

Come una farfalla - Finale

Continua da qui.


Sono partito d'impulso. La vicenda mi affascinava. Il mistero che circondava i ribelli. Il fatto che ci fosse ancora qualcuno al mondo che si ribellasse e che avesse voglia di cambiare lo stato delle cose. Tutto questo gettava all'improvviso un alone di speranza su un pianeta intrappolato in un'immobilità decennale.
Adesso le sorti di questo paese e del mondo intero mi sembrano molto poco importanti. Il mistero che circonda questa ribellione, per me, non si dipanerà mai. Nell'ultimo tratto del percorso attraverso la giungla i due miliziani ai miei fianchi mi stanno letteralmente trascinando avanti. All'improvviso una radura si apre davanti a noi. Ci fermiamo. Due misere capanne ed una decina di miliziani a fare da guardia. Quello con il machete che ha aperto la strada durante il viaggio si stacca dal nostro gruppo e si avvicina alle guardie. Scambia due parole con una di loro. Questa annuisce ed entra in una delle due capanne. Un minuto dopo esce insieme ad un altro miliziano che sembra essere un superiore in grado. Mi guarda da lontano per qualche secondo e poi fa cenno alla mia scorta di seguirlo. Non una parola viene detta. Giriamo intorno alle capanne e ci dirigiamo verso l'altra estremità della radura. Vedo una fila di fosse. Alcune sono coperte di terra, altre vuote, che aspettano. L'istinto mi porta a tentare di divincolarmi e fuggire, ma le forze mi mancano e la presa dei due miliziani è salda. Mi manca anche la volontà. Mi posizionano spalle alla prima fossa vuota e mi legano mani e piedi. Il superiore si posiziona qualche metro davanti a me. Gli altri si allontanano. Tira fuori la pistola dalla fondina e la punta in direzione della mia testa.
Questa è la fine, penso. Sento partire il colpo. Vedo partire la pallottola. Tutto sembra svolgersi in slow motion. Chiudo gli occhi e alla pallottola spuntano due meravigliose ali da farfalla con i colori dell'arcobaleno.

28 luglio 2010

Come una farfalla - Terza parte

Continua da qui.


La natura non è mai stata particolarmente clemente con questo paese. Terremoti ed inondazioni. L'agricoltura è praticamente impraticabile in buona parte del territorio. Il sottosuolo, invece, è dotato di ricchezze minerarie in quantità incalcolabili. Per cui, dalla sua indipendenza ad oggi, il paese è di fatto in mano a poche società americane ed europee che si spartiscono le concessioni di sfruttamento del territorio. La capitale è un'isola di benessere in un paese povero. Regno incontrastato di politici, burocrati e militari che devono il loro tenore di vita ai nuovi colonizzatori che di fatto governano il paese attraverso un governo fantoccio senza opposizione interna o esterna. Formalmente si tratta di una democrazia, ma di fatto esiste un solo partito che abbia la forza economica e la capacità organizzativa di presentarsi alle elezioni. La maggior parte della popolazione nel resto del paese non ha un'educazione sufficiente e chi comanda non fa nessuno sforzo per procurargliela, evidentemente. Quelli che lavorano nelle miniere dello stato, ma al servizio delle compagnie straniere, sono, senza giri di parole, schiavi. E come tali vengono trattati. Le condizioni di lavoro sono terrificanti e gli incidenti mortali nelle miniere fanno parte della routine quotidiana.
Ogni tanto, questo paese si guadagna un trafileto nella pagina degli esteri di un quotidiano di qualche paese occidentale. Oppure un reportage in seconda serata. Mezzora d'indignazione al 3% di share. Poi torna ad essere un puntino indefinito sul mappamondo. Nessun cambiamento per decenni, nessuna speranza di miglioramento.
Un mese fa la rivolta. Una milizia armata, formata da un numero imprecisato di ribelli e venuta fuori dal nulla, prende d'assalto i punti nevralgici del potere. Il fattore sorpresa fa vacillare il potere predefinito. Il capo del governo viene ucciso, le gerarchie mitlitari decapitate. I miliziani però non riescono a conquistare la capitale e il colpo di coda dell'esercito è violento. La rivolta viene soffocata nel sangue. Non viene fatto alcun prigioniero e quel che resta dei ribelli fugge nella giungla. Sembra che uno dei motivi che abbia decretato la sconfitta dei ribelli sia stata l'indifferenza da parte della popolazione. 
Nel giro di pochi giorni un nuovi membri del governo e nuovi generali vengono nominati. E con nuovi  si intende vecchi. Sull'origine e gli obiettivi della rivolta, mistero. Sull'identità e la provenienza dei ribelli, mistero.

to be continued...

27 luglio 2010

Come una farfalla - Seconda parte

Continua da qui.


Cammino, all'oscuro della direzione e della destinazione, nella stessa giungla che avevo attraversato, da solo e con incosciente trepidazione, qualche giorno prima. Bussola ed appunti alla mano, consapevole del rischio di perdermi, ma pronto a rischiare tutto per una causa in cui credevo.
Avevo passato una settimana nell'ultimo villaggio prima della giungla cercando di raccogliere informazioni su come riuscire ad incontrare i ribelli. Quel posto sembrava una terra di nessuno. Il governo centrale era molto lontano, non solo fisicamente, ma nessuno sembrava schierarsi apertamente con i ribelli. In quella settimana nulla si era aggiunto sul mio taccuino a quel poco che ero riuscito a raccogliere sulla rivolta nella capitale. Per il resto solo storie che si potevano leggere sui principali giornali di tutto il mondo occidentale. I ribelli, invece, hanno comunicato con me solo attraverso i loro fucili. Me li hanno puntati addosso appena mi hanno visto sbucare dalla giungla. Con la loro punta mi hanno indicato i movimenti che avrei dovuto fare. Mai nessuno di loro mi ha rivolto la parola. Mai nessuno di loro ha dato l'impressione di ascoltarmi.
Al villaggio, alla fine, ero almeno riuscito a trovare qualcuno disposto a darmi indicazioni su come raggiungere i ribelli. Indicazioni in cambio di denaro, ovviamente. La cosa sorprendente è che questo qualcuno è stato il parroco del villaggio. Un uomo robusto, alto quasi due metri, con i capelli neri come i baffi ed il pizzetto e una voce profonda come non ne avevo mai sentite. Molte volte nei giorni succesivi mi sono chiesto come potesse non sapere a che sorte fossi destinato una volta giunto nella zona controllata dalle milizie ribelli.

to be continued...

26 luglio 2010

Come una farfalla



Sono un uomo morto che cammina. 
In realtà il verbo camminare non descrive accuratamente il modo in cui trascino stancamente i piedi, rischiando di inciampare ad ogni passo nella fitta vegetazione della giungla. Davanti a me un membro della milizia ribelle apre la strada a colpi di machete. Ai miei fianchi altri due sono pronti a sorreggermi ogni volta accenni a cadere. Quello dietro di me l'ho visto di sfuggita e mi è sembrato estremamente giovane. Tiene un vecchio fucile puntato alla mia schiena. Non ho idea di dove mi stiano portando e quale sia il mio destino, ma ho la sensazione che non vedrò sorgere il sole domani mattina.
Sono stato rinchiuso come un topo in una gabbia per tre giorni. Senza cibo. Dissetato con dell'acqua sporca che mi veniva portata, raramente, da una delle guardie. Unico tipo di contatto che ho avuto con i miei carcerieri. Il primo giorno ho tentato in tutti i modi di comunicare con loro. Ho cercato di dirgli come si fossero sbagliati. Sono un giornalista. L'ho detto in tutte le lingue che conosco e in tutti i modi possibili. Ero arrivato fin lì dalla vecchia Europa per documentare la loro rivolta. Perchè supportavo la loro causa. Poi mi sono rassegnato al fatto che anche nel caso in cui ci fosse stato qualcuno che parlasse inglese o francese, non c'era nessuno che prestasse la minima attanzione nei miei confronti. Il secondo giorno è stato quello del terrore. Della paura fottuta di non sopravvivere. Gli stati d'animo si accumulavano e si sostituivano schizofrenicamente nella mia testa. La depressione mi ha paralizzato disteso al suolo, incapace di qualsiasi movimento. Le crisi di pianto mi hanno scosso come se fossi in preda alle convulsioni. La rabbia mi ha fatto gridare e battere la testa contro il muro. Il terzo giorno è stato quello dei rimorsi. Perchè mi trovavo in quella gabbia? Di quali persone, di quali ideali mi volevo fare portavoce? Resistenza all'oppressione, autodeterminazione, giustizia, libertà. Libertà. Com'è vuoto il suono di questa parola in una gabbia. Stamattina, all'alba del quarto giorno, mi hanno fatto cenno con i fucili di uscire dalla mia prigione. Ci siamo messi in cammino nella giungla. Oggi è il giorno della rassegnazione.

to be continued....

21 giugno 2010

Insuperabile

Mi guardano in cagnesco quei pescecani della commissione di gara. E confabulano tra di loro. Non vedo l'ora che cominci questo processo. Sono colpevole. Questo è evidente. Ma quello che mi corrode il fegato è non sapere ancora che punizione mi daranno. Che mi squalifichino da questa gara è ovvio, ma potrò continuare il campionato? O addirittura: potrò continuare a gareggiare? Tutto questo rischia di rovinarmi la carriera, se non la vita. Perchè con queste corse ci mantengo la famiglia. Non penso di saper fare altro nella vita. Non ho mai fatto altro. E' scritto nel mio dna ed in quello della mia famiglia. E' scritto nel dna della mia specie. Sono un pesce pilota, cos'altro potrei mai fare?
Di gare ne ho sempre vinte molte fin dagli esordi. Con l'esperienza acquisita negli anni, sono arrivato al punto di giocarmi il titolo tutti gli anni. Gli avversari erano sempre stati gli stessi. Una torpedine, un salmone e un  paio di pesci siluro. Sono campione in carica. La stagione scorsa è stata quella della mia consacrazione. Uno stato di grazia mi ha accompagnato in tutte le gare, tanto da meritarmi la copertina del numero di SportFish di fine anno. Un onore che non era mai capitato prima ad un pesce pilota.
Quest'anno partivo con i favori del pronostico. Ero consapevole che la lotta sarebbe stata dura, ma ero convinto delle mie capacità. Ma qualcosa ha sconvolto il campionato. O meglio qualcuno. Un nuovo partecipante. Da esordiente ha vinto tutte le gare che si sono corse fino ad adesso. Un tonno. Insuperabile. La corsa è diventata una corsa per il secondo posto. La frustrazione si è impadronita di me. Poi la rabbia. Mi sono sentito derubato di qualcosa che mi spettava di diritto. Le vittorie. Il successo. La gloria.
Di voci sul tonno ne sono girate molte da subito. Malignità e prese in giro. Una delle più  recenti riguardava un suo presunto punto debole. La frustrazione mi ha fatto scattare la scintilla. E' stato un sabotaggio. Me ne vergogno, ma non posso tornare indietro. Si diceva che il tonno insuperabile si tagliasse con un grissino. Alla prima curva gliene ho tirato uno addosso. L'ho colpito ed è finito fuori strada.