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17 febbraio 2010

Ethnikós Kípos


Ero ad Atene ormai da qualche settimana per un progetto di scambio culturale. Avrei dovuto restarci almeno un altro mese. La città mi piace, malgrado il caos e l'inquinamento. Soprattutto, quando ho bisogno di rilassare i nervi, mi piace passeggiare per i giardini nazionali, quelli tra il parlamento e lo stadio Panathinaiko.
Sotto un tiepido sole invernale che illumina il cielo completamente azzurro, cammino, assorto nei miei pensieri, in un vialetto dei giardini coperto da un pergolato, che sfocia in uno spiazzo dominato da un imponente albero. Vicino all'albero, con una macchina fotografica in mano, c'è una ragazza. Due cose attirano la mia attenzione. I suoi occhi azzurri e il fatto che stia fotografando qualcosa sulla corteccia. Senza rendermene conto mi metto a fissarla. Dopo qualche secondo se ne accorge e si gira verso di me con faccia interrogativa. Invece di distogliere lo sguardo ed andarmene, mi avvicino e le chiedo cosa stia fotografando. Lei sorride e mi mostra una specie di buco rettangolare, largo una spanna e profondo due dita, nella corteccia. Non capisco, ma annuisco.
Si chiama Laura ed è di Barcellona. E' in città con degli amici che sono andati a vedere l'Acropoli, ma lei mi dice che è qui perchè preferisce gli alberi a quell'ammasso di pietre. Ci incamminiamo per i giardini e scambiamo quattro chiacchere tra una sua foto ad un albero ed un'altra ad un cestino. E' simpatica. Strana e simpatica. Parlare con lei è divertente anche se la maggior parte delle cose che diciamo non ha molto senso. Lei dice che vorrebbe essere un albero ed io le rispondo che anche a me non dispiacerebbe, ma sole se potessi avere una connessione internet.
Atene è senza dubbio la città in cui sono stato che ha più poliziotti per le strade. E ce ne sono anche nei giardini. Un'altra cosa che caratterizza Atene sono gli aranci disseminati per la città, spesso a fare da contorno ai marciapiedi di alcune strade. Pure per gli aranci vale il fatto che ce ne sono anche nei giardini. Le faccio notare queste due cose e lei risponde:
- E' ovvio. I poliziotti non sono poliziotti, ma guardie. Controllano gli aranci. E' severamente proibito raccoglierne le arance. Pena l'arresto. Ad Atene c'è una prigione speciale dove rinchiudono tutti quelli che sono stati sorpresi a commettere questo infamante reato.
Lo dice annuendo, con una faccia grave, come se stesse dicendo una scomoda verità. Io la guardo e sorrido, annuendo a mia volta e pensando a quanta fantasia abbia questa ragazza. Per continuare lo scherzo, le rispondo:
- Non te l'ho detto ancora, ma io sono un pericoloso criminale. Sono venuto fino ad Atene per portare a termine un crimine efferato.
Lei mi guarda stupita mentre mi dirigo circospetto verso uno degli aranci. Le faccio cenno di rimanere in silenzio. La scenetta mi viene piuttosto bene, ma per chiuderla in bellezza decido di cogliere una delle arance. Faccio per porgergliela, quando da dietro un cespuglio balza fuori un agente in tenuta antisommossa con la pistola spianata. Me la punta contro. Io faccio un balzo indietro di qualche metro per lo spavento. L'arancia mi casca di mano. L'agente mi dice di non muovermi se non voglio che mi spari. Sgommando nella ghiaia del vialetto arriva una volante della polizia. Due agenti escono fuori di corsa e mi sbattono a terra. Prima che me ne accorga mi ritrovo ammanettato. Mi tirano su a forza e fanno per portarmi dentro la macchina. Non ci sto capendo niente. Sono sorpreso e spaventato. Mi giro verso Laura, prima che mi spingano dentro l'auto della polizia. Ha uno sguardo severo. Sento che dice:
- Arrestatelo è un pericoloso criminale.

16 febbraio 2010

Plaka


Ho conosciuto Mélanie tre giorni fa. Entrambi siamo ad Atene per un seminario che è finito stamattina. E' francese e me ne sono innamorato. Non del fatto che sia francese. Di lei indipendentemente dal paese di provenienza. E' stata lei a venire da me il primo giorno del seminario, durante il pranzo. O meglio, si è avvicinata a me e ad un mio collega mentre stavamo parlando in francese. Io stentatamente. Non conosceva nessuno e la lingua familiare le ha fatto prendere coraggio. Era la prima volta che frequentava questo tipo di seminari, che si svolgevano a cadenze regolari in diverse città europee. Da quel momento ci siamo seduti sempre uno vicino all'altra, sia al seminario che sul bus, noleggiato dagli organizzatori, che ci riportava in albergo.
Non abbiamo scambiato molte parole in questi giorni. Sia io che lei siamo di poche parole. Non so cosa mi abbia fatto innamorare di lei. E' carina. Non una bellezza abbagliante o sconvolgente. E' carina. Una ragazza acqua e sapone. Forse il suo sorriso, che mi è piaciuto da subito, malgrado qualche dente storto. Forse e soprattutto i suoi occhi, di un colore che non saprei descrivere e che non avevo mai visto prima. E il suo sguardo sempre perso nel vuoto, assorta nei pensieri. Per non parlare dello zainetto rosso che sembrava più adatto ad una studentessa del liceo che ad una neolaureata.
Oggi, finito il seminario, abbiamo passato il nostro ultimo pomeriggio ad Atene a passeggiare insieme per Plaka, il caratteristico quartiere vecchio della capitale greca. Ci siamo persi innumerevoli volte nel dedalo di vicoli, stradine e scale, osservando le casette che s'arrampicano sul lato est dell'Acropoli. Domani ognuno prenderà il proprio aereo e non è detto che ci sarà una prossima volta in cui ci potremmo vedere.
E' un po' un'ultima cena quella che stiamo per consumare ad un tavolo all'aperto di un ristorante vicino alla fermata della metro di Monastiraki. Mentre aspettiamo gli antipasti che abbiamo ordinato, degli involtini di riso e carne avvolti in foglie di vite, scherziamo sul logo stilizzato del ristorante sulla tovaglia di carta e su cosa potrebbe rappresentare. Lei tira fuori una penna e disegna un omino stilizzato utilizzando come torso una elle del nome del ristorante. I capelli sembrano una cresta e allora  trasforma l'omino in un punk. Le dico che la tovaglia di carta me la porterò a casa io, cascasse il mondo. 
La guardo e le sorrido. Tra poco dovrò dirle addio, ma non sono triste. Non ancora almeno.

15 febbraio 2010

Akropolis


Era una fredda mattina di fine gennaio ad Atene. Una pioggia fine ma insistente la stava bagnando da diverse ore. Un silenzio assoluto sembrava regnare sulla città vista da una deserta Acropoli, spazzata da un vento gelido proveniente da Nord. Un rigido coprifuoco vigeva sulla città da ormai una settimana. Da quando era iniziato l'assedio. Coprifuoco destinato a finire dato che, viste le forze allo stremo, Atene era capitolata la notte precedente, ma nessun cittadino sembrava ancora aver intenzione di togliere le barricate dalla propria casa ed uscire.
Il settimo reggimento era entrato in città alle prime luci dell'alba. Ciascun battaglione veniva indirizzato ad impossessarsi dei luoghi chiave. Il battaglione guidato dal colonnello di reggimento salì verso l'Acropoli. 
I tamburi scandivano ogni passo fatto dai trecento soldati, vestiti con i tipici pantaloni bianchi e il cappello a punta, ugualmente bianco. Vederli salire la scalinata antistante i propilei sarebbe potuto essere memorabile, ma non ci fu alcun testimone alla scena. Alcuni cappelli volarono per aria quando i soldati si trovarono davanti il Partenone. Il colonnello, che portava un'uniforme rossa per distinguersi dai soldati semplici, richiamò l'ordine e disse al portabandiera di preparare il vessillo. I soldati si disposero sotto il pennone che reggeva la bandiera greca. I due incaricati l'ammainarono mentre il portabandiera tirava fuori la bandiera blu con striscia centrale bianca. Tutti si misero sull'attenti mentre la bandiera saliva. Dopo pochi secondi, il simbolo degli invasori sventolava già su Atene. Ma non era abbastanza. Per sancire inequivocabilmente la vittoria della battaglia avrebbero dovuto far loro il simbolo della città. Quindi, incuranti del valore storico, il Partenone durante la notte sarebbe stato dipinto di blu.
La mattina seguente il mondo avrebbe saputo che i Puffi avevano conquistato Atene.

14 febbraio 2010

Syntagma


E' sera e la piazza è gremita di gente. Brulica. Persone sui marciapiedi delle strade che la circondano. Persone intorno alla fontana al centro della piazza e sotto gli alberi che si trovano ai suoi lati. Persone nei caratteristici caffè all'aperto. Turisti ed autoctoni. Autoctoni e turisti.
In un angolo vedo una cabina telefonica. So quello che devo fare. Ci entro e compongo il 112.
- C'è una bomba in Syntagma Square. E' avvolta in una carta da pacchi marrone. Esploderà fra mezz'ora. - dico alla cornetta e riattacco immediatamente.
A questo punto non mi rimane che aspettare il corso degli eventi.  Mi metto a sedere in un caffè della piazza ed ordino un succo d'arancia. Passano pochi minuti ed inizio a vedere alcuni poliziotti che si aggirano per la piazza. S'iniziano a sentire anche le prime sirene in lontananza. Le sirene si moltiplicano con il passare dei secondi ed una moderata agitazione si diffonde. Pago, mi alzo e mi dirigo verso la parte bassa della piazza.
Le strade di accesso sono bloccate da volanti della polizia che impediscono alle auto ed ai pedoni di passare. Molti degli astanti sono impegnati in fitte conversazioni tra di loro o con faccia interrogativa si rivolgono alle forze dell'ordine. Si sta formando un cordone di sicurezza intorno alla piazza. Proprio mentre sto per attraversarlo, i poliziotti che perlustravano la piazza iniziano a fare ampi gesti alla gente. Stanno dicendo alla gente di allontanarsi.
Tutto si svolge con ottima coordinazione e nessuno si fa prendere dal panico. Non pare neanche di essere in un paese del sud dell'Europa. Sembra quasi che siano abituati a situazioni del genere. In pochi minuti la piazza è completamente sgombra.
Io mi trovo all'imbocco della strada pedonale che si dirige verso Monastiraki e guardo verso Syntagma. Quello che vedo è esattamente come me lo aspettavo. La piazza senza un'anima viva, gli alberi che fanno da cornice e il palazzo del parlamento sullo sfondo in cima alla scalinata. Il suo color oro spento è illuminato dalla luna che lo sovrasta. Gli zampilli d'acqua della fontana sono l'unica cosa che si muove al di là del cordone di polizia.
Tutto è perfetto. Tiro fuori la macchina fotografica, inquadro la scena e scatto una foto. Poi, soddisfatto, mi volto e m'incammino sulla strada pedonale, lasciandomi la piazza alle spalle.