Nella mia religione, di cui sono l'unico adepto, si venera Corrado Guzzanti.
30 gennaio 2011
29 gennaio 2011
Il canone
Malgrado l'immagine volutamente fuorviante, quello di cui voglio parlare è l'imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni. E' sport nazionale l'invito a non pagarlo. L'Italia è un paese di santi, navigatori, ct della nazione e gente che invita il prossimo a non pagare il canone.
E poi m'immagino centinaia di gruppi su Facebook, decine di petizioni, campagne varie eccetera eccetera.
Invito tutti a rileggervi la definizione in corsivo all'inizio del post perchè il punto è tutto lì. Il canone RAI non è un contributo volontario per la realizzazione di programmi televisivi. E' una tassa sulla detenzione degli apparecchi radiotelevisivi (in pratica della televisione). Invitare a non pagare il canone equivale ad invitare ad evadere le tasse. Non ha senso evadere il canone come risposta alla scarsa qualità delle trasmissioni televisive. Sarebbe come non voler pagare le tasse sul carburante se c'è traffico o non voler pagar l'ICI perchè non soddisfatti della quartiere o della città in cui si abita. In più in un paese come l'Italia mi sembra come minimo incosciente fare dichiarazioni del genere.
In conclusione il canone va pagato. Quello che uno può fare è una battaglia per l'abolizione di questa tassa. Su questo uno può discutere. Ma trovo irresponsabile che, soprattutto i politici, invitino a non pagarlo.
Pubblicato da
stealthisnick
alle
8:00 PM
25 gennaio 2011
La famosa invasione degli orsi a New York - Parte seconda
Segue da qui.
All'incrocio con la Ventottesima torna a far capolino l'Empire State Building. Fu Gabriela a farsi avanti quel giorno nella libreria e dopo pochi minuti mi aveva già raccontato la storia della sua vita. Nata e cresciuta a Veracruz in Messico. Laureata in Medicina Veterinaria all'Universidad Nacional Autonoma de Mexico a Città del Messico. Lavorò quattro anni come ricercatrice alla stessa università. Conobbe un newyorkese in vacanza in Messico e nel giro di due mesi convolarono a giuste nozze. Dopo altri sei mesi divorziarono a causa dei tradimenti di lui. In quel periodo tirava avanti facendo la dog-sitter e con gli alimenti dell'ex marito.
La Broadway entra prepotentemente nella Sesta tra la Trentaduesima e la Trentacinquesima dando vita prima a Greeley Square e poi a Herald Square. Siamo nel cuore di Manhattan. L'Empire State Building è distante solo un isolato ad Est sulla Quinta, la strada più costosa al mondo. Abbandonata la Sesta, Broadway si appresta ad incontrare la Settima formando Times Square. Per qualche isolato i negozi di moda e le banche soppiantano i fast food ed i mexican grill. Il resto del nostro tempo passato nella libreria lo spendemmo parlando degli orsi che ci tenevano intrappolati e dell'assurdità della situazione. Ma ogni tanto continuava ad intervallare la conversazione con dettagli della propria vita che in genere non si raccontano ad uno sconosciuto e di cui non vedevo il legame con il resto del discorso. Della mia vita non chiese nulla ed io essendo riservato non presi l'iniziativa. Solo alla fine mi chiese che lavoro facessi. Ma non sembrò molto interessata ai miei studi sulla criogenia.
Passiamo l'incrocio con le Trentasettesima. Nova Fashion Jewel. High Design Jewelry. Stanley & Son Fine Jewelers. La Quarantaquattresima e l'Algonquin Hotel si avvicinano. Nelle settimane successive ci frequentammo assiduamente con Gabriela. L'amicizia ai tempi della famosa invasione degli orsi a New York. Non c'è stato niente di romantico tra noi e dubito ci sarà in futuro. L'idea di unire le nostre forze per risolvere il problema che stava attanagliando questa città, che ci ospitava ma che entrambi sentivamo abbastanza estranea, venne per caso e non saprei indicare nè il momento esatto nè chi di noi due l'ebbe. Più probabilmente fu un parto congiunto.
Bryant Park arriva subito dopo la Quarantesima. Oltre il parco s'intravede la facciata posteriore della New York Public Library. Il vetro del palazzo all'incrocio con la Quarantaduesima riflette un panorama di grattacieli. Subito accando c'è il Grace Building con la caratteristica facciata concava. Se fossi stato dall'altro lato del furgoncino avrei visto la base della Bank of America Tower, il secondo palazzo più alto di New York. La New York di vetro. Il progetto della bara non ha richiesto molto tempo. Si è trattato di ampliare qualcosa a cui avevo già lavorato. Gabriela è stata un apporto fondamentale per tarare il macchinario alle caratteristiche degli orsi. La città di New York, incredibilmente, o forse non troppo incredibilmente vista la situazione, ha finanziato la realizzazione del prototipo. Realizzazione che è stato il passo più dispendioso in termini di tempo. La nostra estrema fortuna è stata che le leggi di Murphy si sono prese un pausa e per quanto riguarda la parte tecnologica tutto ha sempre funzionato alla perfezione. Ancora oggi utilizziamo il prototipo, unico esemplare costruito. Il soprannome di "bara" è stata un'idea di Arthur, ovviamente. In effetti le sembianze sono quelle.
Svoltiamo a destra sulla Quarantaquattresima. La polizia, ammesso che sia stata chiamata non è ancora arrivata. Barricati dietro una macchina ci sono i dipendenti dell'hotel che smanacciano quando ci vedono arrivare. Arthur abbassa il finestrino. - E' ancora dentro? - chiede. - No stanno giocando a nascondino. - gli rispondo io. Arthur si gira verso di me e mi lancia un'occhiataccia. Il concierge dice che quando sono scappati l'orso era dentro la sala delle conferenze. Facciamo manovra in modo da avere il culo del furgoncino davanti all'ingresso dell'hotel. Scendiamo. Arthur apre il portellone posteriore ed io quello laterale. Prendo lo zaino per Gabriela, le protezioni in gommapiuma ed i caschi. Poi vado da Arthur e l'aiuto a far scendere la bara dal furgoncino. La bara ha le ruote e il furgoncino una rampa per farla scendere, qunidi la manovra non è troppo complicata. Indossiamo le protezioni, poi aiuto Gabriela ad indossare lo zaino. Infine ci mettiamo i caschi. Siamo pronti all'azione. Arthur spalanca le porte dell'hotel ed entra nella hall. Io lo seguo e Gabriela entra dietro di me. Analizziamo la situazione intorno a noi. Nessuna traccia dell'orso. Torniamo fuori e spingiamo la bara attraverso le porte dell'hotel. Prendo in mano il telecomando. Avanziamo, sempre in modo circospetto, verso la sala delle conferenze che si trova alla nostra destra. Le porte sono chiuse, ma si sentono rumori provenire dall'interno. Probabilmente i dipendenti hanno cercato di chiudere l'orso dentro. Ci riuniamo brevemente per decidere la tattica. Confabuliamo sottovoce come se ci fosse un nemico in ascolto, poi ci posizioniamo. Io prendo la maniglia della porta. Dietro di me Arthur che deve entrare per primo, localizzare l'orso e cercare di distrarlo. Poi è il turno di Gabriela che estrae dallo zaino il distributore ad alta pressione di gas tranquillante. Arthur conta fino a tre ed io apro la porta. I nostri meccanismi sono ormai oliati alla perfezione e in una manciata di secondi l'orso, che è di taglia piuttosto piccola, viene individuato e inondato di tranqullante. La mira di Gabriela è perfetta. L'orso a questo punto si muove lentamente e vacilla. Portiamo dentro la bara che viene sistemata al centro della sala. La apro immediatamente, premendo il pulsante verde sul telecomando. Un aroma di miele e salmone si espande per tutta la stanza. L'orso, stordito dal tranquillante, è convinto di essere in paradiso e si avvicina alla bara. A questo punto arriva il momento più delicato per me. Devo premere il pulsante rosso di chiusura quando l'orso è completamente all'interno ed è sufficientemente fermo, altrimenti rischio di ferirlo e di danneggiare la bara. Una volta premuto il pulsante, la bara si chiude istantaneamente e l'orso viene criogenizzato.
Compiuto il nostro lavoro, spingiamo la macchina criogeniaorsi fuori dall'hotel ed Arthur esultante si presenta davanti ai dipendenti dell'hotel gridando - Venimmo, vedemmo e in un sol colpo lo criogenizammo - e consegna il preventivo di spesa al concierge. A questo punto, dopo aver messo la bara sul furgoncino con grande fatica, abbiamo due ore di tempo per portare l'orso, scortati dalla polizia che nel frattempo è arrivata, al centro di gestione dell'emergenza orsi al Liberty State Park a Jersey City perchè possa essere scongelato senza conseguenze per la sua salute. Verrà preso in consegna dai Rangers e dai veterinari che gestiscono l'emergenza. Se non è un recidivo, verrà marchiato. Se lo è verrà registrato il marchio apposto dopo la prima cattura e poi effettueranno tutte le procedure burocratiche per decidere dove, come e quando liberarlo. Ma questo non rientra nei nostri compiti. Noi potremmo gustarci il meritato riposo. Almeno fino alla prossima chiamata.
La Broadway entra prepotentemente nella Sesta tra la Trentaduesima e la Trentacinquesima dando vita prima a Greeley Square e poi a Herald Square. Siamo nel cuore di Manhattan. L'Empire State Building è distante solo un isolato ad Est sulla Quinta, la strada più costosa al mondo. Abbandonata la Sesta, Broadway si appresta ad incontrare la Settima formando Times Square. Per qualche isolato i negozi di moda e le banche soppiantano i fast food ed i mexican grill. Il resto del nostro tempo passato nella libreria lo spendemmo parlando degli orsi che ci tenevano intrappolati e dell'assurdità della situazione. Ma ogni tanto continuava ad intervallare la conversazione con dettagli della propria vita che in genere non si raccontano ad uno sconosciuto e di cui non vedevo il legame con il resto del discorso. Della mia vita non chiese nulla ed io essendo riservato non presi l'iniziativa. Solo alla fine mi chiese che lavoro facessi. Ma non sembrò molto interessata ai miei studi sulla criogenia.
Passiamo l'incrocio con le Trentasettesima. Nova Fashion Jewel. High Design Jewelry. Stanley & Son Fine Jewelers. La Quarantaquattresima e l'Algonquin Hotel si avvicinano. Nelle settimane successive ci frequentammo assiduamente con Gabriela. L'amicizia ai tempi della famosa invasione degli orsi a New York. Non c'è stato niente di romantico tra noi e dubito ci sarà in futuro. L'idea di unire le nostre forze per risolvere il problema che stava attanagliando questa città, che ci ospitava ma che entrambi sentivamo abbastanza estranea, venne per caso e non saprei indicare nè il momento esatto nè chi di noi due l'ebbe. Più probabilmente fu un parto congiunto.
Bryant Park arriva subito dopo la Quarantesima. Oltre il parco s'intravede la facciata posteriore della New York Public Library. Il vetro del palazzo all'incrocio con la Quarantaduesima riflette un panorama di grattacieli. Subito accando c'è il Grace Building con la caratteristica facciata concava. Se fossi stato dall'altro lato del furgoncino avrei visto la base della Bank of America Tower, il secondo palazzo più alto di New York. La New York di vetro. Il progetto della bara non ha richiesto molto tempo. Si è trattato di ampliare qualcosa a cui avevo già lavorato. Gabriela è stata un apporto fondamentale per tarare il macchinario alle caratteristiche degli orsi. La città di New York, incredibilmente, o forse non troppo incredibilmente vista la situazione, ha finanziato la realizzazione del prototipo. Realizzazione che è stato il passo più dispendioso in termini di tempo. La nostra estrema fortuna è stata che le leggi di Murphy si sono prese un pausa e per quanto riguarda la parte tecnologica tutto ha sempre funzionato alla perfezione. Ancora oggi utilizziamo il prototipo, unico esemplare costruito. Il soprannome di "bara" è stata un'idea di Arthur, ovviamente. In effetti le sembianze sono quelle.
Svoltiamo a destra sulla Quarantaquattresima. La polizia, ammesso che sia stata chiamata non è ancora arrivata. Barricati dietro una macchina ci sono i dipendenti dell'hotel che smanacciano quando ci vedono arrivare. Arthur abbassa il finestrino. - E' ancora dentro? - chiede. - No stanno giocando a nascondino. - gli rispondo io. Arthur si gira verso di me e mi lancia un'occhiataccia. Il concierge dice che quando sono scappati l'orso era dentro la sala delle conferenze. Facciamo manovra in modo da avere il culo del furgoncino davanti all'ingresso dell'hotel. Scendiamo. Arthur apre il portellone posteriore ed io quello laterale. Prendo lo zaino per Gabriela, le protezioni in gommapiuma ed i caschi. Poi vado da Arthur e l'aiuto a far scendere la bara dal furgoncino. La bara ha le ruote e il furgoncino una rampa per farla scendere, qunidi la manovra non è troppo complicata. Indossiamo le protezioni, poi aiuto Gabriela ad indossare lo zaino. Infine ci mettiamo i caschi. Siamo pronti all'azione. Arthur spalanca le porte dell'hotel ed entra nella hall. Io lo seguo e Gabriela entra dietro di me. Analizziamo la situazione intorno a noi. Nessuna traccia dell'orso. Torniamo fuori e spingiamo la bara attraverso le porte dell'hotel. Prendo in mano il telecomando. Avanziamo, sempre in modo circospetto, verso la sala delle conferenze che si trova alla nostra destra. Le porte sono chiuse, ma si sentono rumori provenire dall'interno. Probabilmente i dipendenti hanno cercato di chiudere l'orso dentro. Ci riuniamo brevemente per decidere la tattica. Confabuliamo sottovoce come se ci fosse un nemico in ascolto, poi ci posizioniamo. Io prendo la maniglia della porta. Dietro di me Arthur che deve entrare per primo, localizzare l'orso e cercare di distrarlo. Poi è il turno di Gabriela che estrae dallo zaino il distributore ad alta pressione di gas tranquillante. Arthur conta fino a tre ed io apro la porta. I nostri meccanismi sono ormai oliati alla perfezione e in una manciata di secondi l'orso, che è di taglia piuttosto piccola, viene individuato e inondato di tranqullante. La mira di Gabriela è perfetta. L'orso a questo punto si muove lentamente e vacilla. Portiamo dentro la bara che viene sistemata al centro della sala. La apro immediatamente, premendo il pulsante verde sul telecomando. Un aroma di miele e salmone si espande per tutta la stanza. L'orso, stordito dal tranquillante, è convinto di essere in paradiso e si avvicina alla bara. A questo punto arriva il momento più delicato per me. Devo premere il pulsante rosso di chiusura quando l'orso è completamente all'interno ed è sufficientemente fermo, altrimenti rischio di ferirlo e di danneggiare la bara. Una volta premuto il pulsante, la bara si chiude istantaneamente e l'orso viene criogenizzato.
Compiuto il nostro lavoro, spingiamo la macchina criogeniaorsi fuori dall'hotel ed Arthur esultante si presenta davanti ai dipendenti dell'hotel gridando - Venimmo, vedemmo e in un sol colpo lo criogenizammo - e consegna il preventivo di spesa al concierge. A questo punto, dopo aver messo la bara sul furgoncino con grande fatica, abbiamo due ore di tempo per portare l'orso, scortati dalla polizia che nel frattempo è arrivata, al centro di gestione dell'emergenza orsi al Liberty State Park a Jersey City perchè possa essere scongelato senza conseguenze per la sua salute. Verrà preso in consegna dai Rangers e dai veterinari che gestiscono l'emergenza. Se non è un recidivo, verrà marchiato. Se lo è verrà registrato il marchio apposto dopo la prima cattura e poi effettueranno tutte le procedure burocratiche per decidere dove, come e quando liberarlo. Ma questo non rientra nei nostri compiti. Noi potremmo gustarci il meritato riposo. Almeno fino alla prossima chiamata.
24 gennaio 2011
La famosa invasione degli orsi a New York - Parte prima
La chiamata dall'Algonquin Hotel arriva di primissima mattina. E' già la seconda nell'ultimo mese che ci fanno. Saliamo sul furgoncino e come al solito Arthur si mette alla guida. Ancora non siamo riusciti a convincerlo di quanto sia ridicolo ad andare in giro vestito da Giubba Rossa. Almeno è veramente canadese. E' convinto che gli doni autorevolezza. Io come al solito mi siedo nel posto a destra, al finestrino. In mezzo a noi Gabriela, la nostra veterinaria messicana. Partiamo a sirene spiegate. Sirene che, fra l'altro, utilizziamo abusivamente. Probabilmente chiudono un occhio per il servizio che offriamo alla comunità. Servizio ben retribuito, ovviamente. Nessuno di noi è un benefattore.
Franklin Street è un imbuto. Troppo stretta perchè le macchine davanti a noi abbiano lo spazio per accostare e farci passare. Non abbiamo veramente fretta. Solo che a nessuno piace rimanere imbottigliato nel traffico. Finalmente imbocchiamo la Sesta sgommando, anche se Arthur rischia di investire una ragazzina che sta attraversando la strada. - Hai una guida molto italiana Arthur, lo sai? - gli dico. - Ma anche messicana. - aggiunge Gabriela. Col naso attaccato al finestino vedrò sfilare via mezza Manhattan. Non mi sembra di esagerare se dico che la parte che preferisco di questo lavoro sono i tragitti che ogni volta ci portano dalla nostra base alla nostra diversa destinazione.
Il Grand Hotel Tribeca si affaccia per primo al mio finestino. Poi, tra Lispenard e West Broadway, Pepolino il ristorante toscano di Patrizio che fa una Ribollita che quando la mangio mi sembra di essere tornato a Firenze. Poi passiamo un palazzo spoglio in costruzione, con delle reti a proteggere l'ultimo piano che nella mia testa sembrano il tetto di una pagoda e gli danno sembianze orientali. Il nostro primo intervento, ormai più di sei mesi fa, fu in un ristorante cinese a Brooklyn. Un disastro totale. Jim, il ragazzone del Nebraska che era con me e Gabriela all'inizio, si ruppe un braccio e ovviamente non ne volle sapere più di orsi. In seguito reclutammo Arthur e malgrado la sua fissa per le uniformi è ancora con noi.
Passato l'incrocio con la Houston, sorpassiamo una betoniera completamente bianca. Alla guida una bionda piuttosto attraente. Rimango sorpreso ed anche lei sembra avere la stessa espressione. Forse perchè è appena stata superata da un furgoncino completamente nero eccetto per lo stemma di un orso dentro un segnale di divieto e guidato da una Giubba Rossa. Passiamo col rosso al semaforo dell'incrocio con Minetta Lane grazie alla nostra sirena. Non si può dire che ami incredibilmente vivere a New York, ma Greenwich Village è una delle zone che preferisco. Nel frattempo l'Empire State Building fa capolino in lontananza tra i palazzi davanti a noi. L'idea della sirena fu di Arthur ovviamente. Gabriela ne fu da subito entusiasta. Io cercai insistentemente di dissuaderli. Mi sembrava un inutile pretesto per farci arrestare. Ma non è ancora successo. Evidentemente anche a New York se hai successo puoi permetterti questo tipo di stravaganze.
In genere non c'è molta conversazione tra di noi quando siamo in missione. Nè io nè Arthur siamo dei gran chiaccheroni e Gabriela dopo tutti questi mesi soffre ancora la tensione, almeno fino all'arrivo a destinazione. Io sono sempre stato uno piuttosto freddo di carattere. Mi focalizzo sulle insegne dei negozi che scorrono davanti ai miei occhi. Gray's Papaya. Qdoba Mexican Grill. Bagel Buffet. Lifethyme Natural Market. - Qdoba non mi sembra un nome messicano, o sbaglio? - chiedo a Gabriela. Mi guarda come se fossi un marziano verde con tanto di antenne appena sceso sulla terra. Vedo la Jefferson Market Library scorrere fuori dal finestrino di Arthur, poi i miei occhi tornano a guardare fuori dal mio, visto che da Gabriela non avrò risposta. Come sia iniziata, ormai più di un anno fa, questa famosa invasione degli orsi a New York, nessuno sembra saperlo. Ugualmente avvolta nel mistero è la loro provenienza. Da dove vengono tutti questi orsi? Probabilmente non dal New Jersey. E continuano ad arrivare a gettito continuo. Riceviamo almeno due o tre segnalazioni a settimana. Non ho idea di quante ne riceva la polizia. Ogni tanto c'è chi se ne ritrova uno nel giardino di casa e lo abbatte a fucilate. Poi si ritrova gli animalisti nel giardino di casa, ma per fortuna nessun animalista è stato abbattuto a fucilate per ora.
Passiamo davanti ad un Chipotle Mexican Grill. - Chipotle suona molto più messicano - dico ad alta voce, senza neanche voltarmi verso Gabriela. Siamo all'incrocio con la Quattordicesima, nel pieno del traffico di Manhattan. Arthur cerca di farsi strada zigzagando tra le quattro corsie in mezzo ad un fiume giallo di taxi. Non facciamo niente per passare inosservati. Anche all'inizio non passavamo inosservati. Quando ancora avevamo uno scassatissimo pick-up. Era un po' limitante perchè, avendo il cassone scoperto, potevamo muoverci solo quando eravamo sicuri che non piovesse. "La bara", come tutti gli apparecchi elettronici, è particolarmente sensibile all'umido. Ci abbandonò contro un albero sulla Centoventinovesima. Eravamo di ritorno da una chiamata all'Harlem Hospital Center. Non posso negare che Arthur ebbe la sua parte nello spiacevole incidente e non fu un'autonoma decisione del pick-up di andare ad abbracciare l'albero. Per fortuna nessuno di noi si fece male e soprattutto "la bara" non rimase danneggiata nè il suo ospite si accorse di niente.
All'incrocio con la Ventesima, davanti al Limelight, un mercato che un tempo era un club costruito all'interno di una chiesa sconsacrata, Arthur rischia di investire un sosia di Unabomber, o almeno un sosia del suo famoso identikit. Per fortuna al tempo dell'incidente avevamo già messo da parte abbastanza soldi da poterci permettere di comprare un mezzo alternativo. Nuovo addirittura. Lo stemma è una novità del mese scorso. Un'idea di Arthur, ovviamente.
Starbucks. McDonald's. Red Mango. Chickpea. Dopo l'incrocio con la Ventireesima Manhattan diventa sempre di più quello che ci si aspetta da Manhattan. Passiamo davanti ad un parcheggio pubblico con cinque file di auto incastrate come in un tetris. Mi sono sempre chiesto come fa il parcheggiatore se arriva il proprieterio di una macchina nell'ultima fila. Sposta le quattro macchine che ci sono davanti? Oppure quando arrivi ti prendi una delle macchine parcheggiate nella prima fila e non importa se non è la tua? Conobbi Gabriela un sabato mattina da Barnes & Noble, quello tra l'Ottantaduesima e Broadway. In quel periodo abitavo in quella zona. Non molto distante dalla Columbia University dove avevo una posizione di Post-Doc al dipartimento di Fisica e Matematica Applicata. Fu uno dei primi attacchi degli orsi. Due invasero per diverse ore e distrussero completamente il pianterreno della libreria. Io, lei e un'altra decina di persone rimanemmo bloccati al piano di sopra. All'inizio la polizia era totalmente incapace di affrontare il problema. Dopo aver abbattuto il primo arrivato a Central Park ci fu una rivolta dell'opinione pubblica. Gli uomini della polizia non avevano a disposizione nè i mezzi nè l'esperienza per catturare gli orsi. L'aiuto dei dipendenti degli zoo cittadini fu praticamente inutile. Per due settimane la città fu praticamente in mano agli orsi. Poi furono reclutate decine e decine di Rangers dai parchi nazionali di tutto il paese e la situazione tornò sotto controllo.
continua qui...
Franklin Street è un imbuto. Troppo stretta perchè le macchine davanti a noi abbiano lo spazio per accostare e farci passare. Non abbiamo veramente fretta. Solo che a nessuno piace rimanere imbottigliato nel traffico. Finalmente imbocchiamo la Sesta sgommando, anche se Arthur rischia di investire una ragazzina che sta attraversando la strada. - Hai una guida molto italiana Arthur, lo sai? - gli dico. - Ma anche messicana. - aggiunge Gabriela. Col naso attaccato al finestino vedrò sfilare via mezza Manhattan. Non mi sembra di esagerare se dico che la parte che preferisco di questo lavoro sono i tragitti che ogni volta ci portano dalla nostra base alla nostra diversa destinazione.
Il Grand Hotel Tribeca si affaccia per primo al mio finestino. Poi, tra Lispenard e West Broadway, Pepolino il ristorante toscano di Patrizio che fa una Ribollita che quando la mangio mi sembra di essere tornato a Firenze. Poi passiamo un palazzo spoglio in costruzione, con delle reti a proteggere l'ultimo piano che nella mia testa sembrano il tetto di una pagoda e gli danno sembianze orientali. Il nostro primo intervento, ormai più di sei mesi fa, fu in un ristorante cinese a Brooklyn. Un disastro totale. Jim, il ragazzone del Nebraska che era con me e Gabriela all'inizio, si ruppe un braccio e ovviamente non ne volle sapere più di orsi. In seguito reclutammo Arthur e malgrado la sua fissa per le uniformi è ancora con noi.
Passato l'incrocio con la Houston, sorpassiamo una betoniera completamente bianca. Alla guida una bionda piuttosto attraente. Rimango sorpreso ed anche lei sembra avere la stessa espressione. Forse perchè è appena stata superata da un furgoncino completamente nero eccetto per lo stemma di un orso dentro un segnale di divieto e guidato da una Giubba Rossa. Passiamo col rosso al semaforo dell'incrocio con Minetta Lane grazie alla nostra sirena. Non si può dire che ami incredibilmente vivere a New York, ma Greenwich Village è una delle zone che preferisco. Nel frattempo l'Empire State Building fa capolino in lontananza tra i palazzi davanti a noi. L'idea della sirena fu di Arthur ovviamente. Gabriela ne fu da subito entusiasta. Io cercai insistentemente di dissuaderli. Mi sembrava un inutile pretesto per farci arrestare. Ma non è ancora successo. Evidentemente anche a New York se hai successo puoi permetterti questo tipo di stravaganze.
In genere non c'è molta conversazione tra di noi quando siamo in missione. Nè io nè Arthur siamo dei gran chiaccheroni e Gabriela dopo tutti questi mesi soffre ancora la tensione, almeno fino all'arrivo a destinazione. Io sono sempre stato uno piuttosto freddo di carattere. Mi focalizzo sulle insegne dei negozi che scorrono davanti ai miei occhi. Gray's Papaya. Qdoba Mexican Grill. Bagel Buffet. Lifethyme Natural Market. - Qdoba non mi sembra un nome messicano, o sbaglio? - chiedo a Gabriela. Mi guarda come se fossi un marziano verde con tanto di antenne appena sceso sulla terra. Vedo la Jefferson Market Library scorrere fuori dal finestrino di Arthur, poi i miei occhi tornano a guardare fuori dal mio, visto che da Gabriela non avrò risposta. Come sia iniziata, ormai più di un anno fa, questa famosa invasione degli orsi a New York, nessuno sembra saperlo. Ugualmente avvolta nel mistero è la loro provenienza. Da dove vengono tutti questi orsi? Probabilmente non dal New Jersey. E continuano ad arrivare a gettito continuo. Riceviamo almeno due o tre segnalazioni a settimana. Non ho idea di quante ne riceva la polizia. Ogni tanto c'è chi se ne ritrova uno nel giardino di casa e lo abbatte a fucilate. Poi si ritrova gli animalisti nel giardino di casa, ma per fortuna nessun animalista è stato abbattuto a fucilate per ora.
Passiamo davanti ad un Chipotle Mexican Grill. - Chipotle suona molto più messicano - dico ad alta voce, senza neanche voltarmi verso Gabriela. Siamo all'incrocio con la Quattordicesima, nel pieno del traffico di Manhattan. Arthur cerca di farsi strada zigzagando tra le quattro corsie in mezzo ad un fiume giallo di taxi. Non facciamo niente per passare inosservati. Anche all'inizio non passavamo inosservati. Quando ancora avevamo uno scassatissimo pick-up. Era un po' limitante perchè, avendo il cassone scoperto, potevamo muoverci solo quando eravamo sicuri che non piovesse. "La bara", come tutti gli apparecchi elettronici, è particolarmente sensibile all'umido. Ci abbandonò contro un albero sulla Centoventinovesima. Eravamo di ritorno da una chiamata all'Harlem Hospital Center. Non posso negare che Arthur ebbe la sua parte nello spiacevole incidente e non fu un'autonoma decisione del pick-up di andare ad abbracciare l'albero. Per fortuna nessuno di noi si fece male e soprattutto "la bara" non rimase danneggiata nè il suo ospite si accorse di niente.
All'incrocio con la Ventesima, davanti al Limelight, un mercato che un tempo era un club costruito all'interno di una chiesa sconsacrata, Arthur rischia di investire un sosia di Unabomber, o almeno un sosia del suo famoso identikit. Per fortuna al tempo dell'incidente avevamo già messo da parte abbastanza soldi da poterci permettere di comprare un mezzo alternativo. Nuovo addirittura. Lo stemma è una novità del mese scorso. Un'idea di Arthur, ovviamente.
Starbucks. McDonald's. Red Mango. Chickpea. Dopo l'incrocio con la Ventireesima Manhattan diventa sempre di più quello che ci si aspetta da Manhattan. Passiamo davanti ad un parcheggio pubblico con cinque file di auto incastrate come in un tetris. Mi sono sempre chiesto come fa il parcheggiatore se arriva il proprieterio di una macchina nell'ultima fila. Sposta le quattro macchine che ci sono davanti? Oppure quando arrivi ti prendi una delle macchine parcheggiate nella prima fila e non importa se non è la tua? Conobbi Gabriela un sabato mattina da Barnes & Noble, quello tra l'Ottantaduesima e Broadway. In quel periodo abitavo in quella zona. Non molto distante dalla Columbia University dove avevo una posizione di Post-Doc al dipartimento di Fisica e Matematica Applicata. Fu uno dei primi attacchi degli orsi. Due invasero per diverse ore e distrussero completamente il pianterreno della libreria. Io, lei e un'altra decina di persone rimanemmo bloccati al piano di sopra. All'inizio la polizia era totalmente incapace di affrontare il problema. Dopo aver abbattuto il primo arrivato a Central Park ci fu una rivolta dell'opinione pubblica. Gli uomini della polizia non avevano a disposizione nè i mezzi nè l'esperienza per catturare gli orsi. L'aiuto dei dipendenti degli zoo cittadini fu praticamente inutile. Per due settimane la città fu praticamente in mano agli orsi. Poi furono reclutate decine e decine di Rangers dai parchi nazionali di tutto il paese e la situazione tornò sotto controllo.
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23 gennaio 2011
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